VENTIQUATTRESIMA DOMENICA T.O. – C

Sul capitolo 15 del vangelo di Luca sono stati scritti fiumi d’inchiostro, ma nonostante tutti i commenti passati, presenti e futuri, le parole non saranno mai sufficienti, né per esaurire la portata teologica dei suoi contenuti, né per illustrare la bellezza delle sue immagini. Ciò che San Paolo andava predicando ai nuovi cristiani (e cioè che siamo perdonati e rigenerati da Dio per grazia, purché crediamo nel suo Figlio), Luca lo sintetizza in modo insuperabile, riportando queste tre parabole del Signore l’una di seguito all’altra come se fossero una storia unica.

Le prima due possono dare l’impressione che chi riceve il perdono sia passivo: la pecora e la moneta, simbolo del peccatore perduto, non fanno nulla; vengono ritrovate solamente grazie alla risoluta insistenza vuoi del pastore, vuoi della donna. In realtà esse ci ricordano che il perdono precede il nostro pentimento e che, anzi, noi ci possiamo pentire solo grazie al fatto che Dio ha posto il suo perdono prima di ogni altra cosa: prima del peccato, prima del pentimento, prima del nostro venire al mondo, finanche prima della creazione stessa dell’umanità. Prima di ogni altra cosa, Dio aveva deciso di mettersi alla nostra ricerca coinvolgendosi personalmente nel salvare ciò che aveva creato.

Ancora: una pecora per il proprio pastore e una moneta per una semplice donna hanno un valore enorme, inestimabile e tale è ciascuno di noi per Dio.

Cercare e trovare, verbi fondamentali delle prime due parabole, corrispondono perciò al grande bisogno e alla grande nostalgia presente nel cuore di ogni uomo: sapere che qualcuno ci cerca e che questi ci ha trovato. Sapere che il nostro non è un vagare senza meta, ma che abbiamo un’origine e un punto di arrivo; sapere che c’è una risposta ai nostri drammi. Tutto ciò ci può sembrare poco, ma in realtà è forse questa la più grande povertà dell’uomo d’oggi: quella di non sapere da dove viene e dove va e in che modo liberarsi dal male che egli stesso si procura con le sue scelte sbagliate.

La terza celebre parabola, letta sulla base delle prime due, ci permetterà di capire che il padre dei due figli (simbolo del Padre celeste) non è una figura passiva, ma che anzi il suo immenso sacrificio nei confronti del figlio smarrito (che siamo noi) si consuma da una parte in una bruciante attesa del suo ritorno e dall’altra nell’inviare il proprio Figlio Eterno, affinché vada nel mondo a cercare in nome suo ogni pecora perduta. Dirà in proposito San Paolo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”.

Il sacrificio di Cristo ci convince che non è pia illusione sperare che vi sia una casa nella quale un Padre ci attende trepidante; qualcuno nel quale è la nostra vera origine e che muore dalla voglia di farci sprofondare nel suo abbraccio, tra baci e lacrime di gioia; qualcuno che vuole ristabilirci in quella bellezza e in quella dignità che avevamo perduto. Ora, e solo ora, è plausibile richiamare il verbo che regge la storia del figlio e la risolve: “ritornare”.

Accorgersi del proprio peccato, pentirsene e cambiare vita: sono tutte vie di ritorno, che conducono al perdono solo perché il perdono del Padre le ha già rese possibili, solo perché Cristo ce le ha aperte quando ha spalancato le braccia sulla croce per noi. Ora, se vogliamo, possiamo tornare a casa.

Una cosa sola in questa vita alla maggior parte di noi non è dato di conoscere fino in fondo; e cioè fino a che punto Dio si spingerà nel coprirci di beni quando finalmente potrà ricolmarci del suo perdono in paradiso, dove nessun ostacolo morale si opporrà più tra Lui e noi.

Il grande trittico delle tre parabole si apre con l’annotazione del mormorio dei farisei (scandalizzati del fatto che Gesù mangi con i peccatori), e si chiude con la fredda figura del fratello maggiore, il quale s’indispettisce dell’atteggiamento del Padre verso il fratello minore. Cerchiamo di non liquidare troppo frettolosamente tali atteggiamenti come un problema degli antichi ebrei. Se il raffinato San Luca ha voluto evidenziarli, vuol dire con ogni probabilità che i cristiani delle comunità alle quali egli si rivolgeva avevano qualche difficoltà nel mettere il perdono alla base della loro vita personale e sociale.

In effetti, né la pecora conosce la trepidazione del pastore, né la dramma perduta l’ansia della padrona di casa, né i due fratelli hanno capito il dolore del Padre. Questo non fa che aumentare a dismisura la distanza tra la nostra piccolezza e la grandezza di Dio. Affermiamolo, non per dire quanto siamo meschini, ma per alimentare in noi la meraviglia di fronte al mestiere nel quale Dio resta insuperabile: perdonare.

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