Ventiquattresima T.O. anno A

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Proviamo a leggere la parabola odierna dalla seconda parte in avanti, nella quale si narra di un uomo il quale esige da un altro uomo la restituzione dei debiti ma che, insoddisfatto, lo getta in prigione: questa pare cosa abbastanza comprensibile. Se abbiamo prestato del denaro e non ci è stato restituito o se, in altri modi, qualcuno è in debito con noi e non fa neppure un gesto per venirci incontro, siamo giustamente sdegnati e, ove possibile, cerchiamo giustizia. Questa situazione frequentissima è tipica della società umana ovunque e sempre, dunque descrive noi, gli esseri umani, il mondo che abbiamo costruito, caratterizzato da situazioni non risolte, debiti, crediti, durezza, povertà, astuzie e fragilità. E’, in una parola, il mondo dei figli di Adamo, zoppicanti e peccatori i quali, secondo la situazione in cui versano, o si appellano a una ferrea giustizia, oppure la temono, oppure ancora la patiscono.

Tuttavia la parabola non inizia così. Inizia, piuttosto, descrivendo un altro luogo, il regno cioè di un re il quale, pur avendo tutto il diritto di esigere pagamenti dai suoi sudditi, decide di condonare totalmente il debito a uno di costoro. Quest’ultimo non può pagare perché è stato sfortunato? Oppure ha compiuto mosse avventate e ha sprecato quanto aveva? Si meritava il condono? Non sappiamo nulla di tutto ciò. Sappiamo che egli supplica il suo re, il quale non già per i meriti del suddito, ma unicamente per la propria bontà decide di condonare.

Allora, cosa accade? Accade semplicemente che sia introdotta nella storia di quest’uomo una novità incredibile. Dal seguito della parabola, tuttavia, si vede bene che, purtroppo, questa novità non determina alcun cambiamento nel comportamento del servo e così, quello stile assolutamente nuovo, diverso, inaugurato dal re, non è esteso agli altri uomini per mezzo del servitore condonato, com’era lecito attendersi. Anzi, egli si comporta con una durezza che, se prima era comprensibile, ora non può che generare in chi legge una meravigliata tristezza. La durezza del servitore a questo punto lascia stupiti ancor più se badiamo alla sproporzione tra i due debiti. Egli, infatti, era debitore di dieci mila talenti (una cifra incommensurabile e impossibile da restituire, che poteva equivalere al bilancio di un piccolo stato), mentre era creditore di cento denari (equivalenti a cento giornate di lavoro).

Mediante questa parabola di Gesù, Matteo ci sta insegnando che il vangelo spezza il circuito chiuso e ripetitivo delle nostre umane interazioni e v’introduce una novità inaudita; i cristiani sono coloro nei quali questa novità si rende presente e dovrebbe manifestarsi. Il perdono è dunque un’iniezione di smisurata bontà nelle faccende umane, di cui il cristiano vive e che è chiamato a estendere al mondo.

E’ bene, però, chiarire che questo brano di vangelo non parla anzitutto del rapporto tra i cristiani e il mondo, ma dei cristiani tra loro, parla cioè della nuova legge che dovrebbe vigere all’interno della Chiesa e della logica che dovrebbe regolare i rapporti tra i suoi membri. Essi, uniti in un solo corpo con il battesimo, sono stati resi fratelli in Cristo. Siccome tuttavia la fede non è una finta panacea e dunque restano peccatori, essi possono crescere insieme e restare uniti solo a condizione che si perdonino vicendevolmente, ogni volta come se fosse la prima. Solo se il perdono diverrà il loro abito quotidiano, si potrà dire che il loro rapporto con Dio è vero; allora Dio si compiacerà di loro e li benedirà.

Il cristiano impara a “perdonare di cuore” nella Chiesa, di cui egli fa esperienza anzitutto in famiglia e poi nella comunità cristiana nella quale è inserito. Con tutte le loro imperfezioni ma assistite dalla grazia di Dio, queste sono un po’ ad un tempo la palestra e l’infermeria a cui il credente torna per ricevere perdono e re-impararne ogni giorno la logica. L’aggiunta ora citata, quel “di cuore” di cui parla l’evangelista, ci ricorda che il perdono è una legge tutt’altro che formale e che, piuttosto, è la via maestra della Chiesa.

Bisognerebbe avere tempo e spazio per approfondire, tra le altre, una questione fondamentale, ovverosia il rapporto tra il perdono e la giustizia, poiché potrebbe sembrare che quest’ultima sia accantonata con un colpo di spugna. Il perdono, perciò, sarebbe come far finta che niente sia successo, il che però è impossibile, controproducente, oltre che lesivo dei diritti di chi ha sofferto.

Diciamo per ora che il perdono evangelico vuole essere la strada maestra per fare pienamente giustizia. Esso non azzera la necessità, nella società umana, di regole che preservino e facciano giustizia. Esso, piuttosto, ci ricorda che la giustizia può essere raggiunta pienamente soltanto con l’amore. Solamente il perdono dato e ricevuto rigenera di dentro i cuori, dunque gli uomini e, per conseguenza, le strutture sociali da essi istituite e rette.

La Chiesa esiste per rendere accessibile questo perdono. Non un perdono generico e immotivato, ma il perdono donato da Cristo sulla croce, morendo sulla quale egli ha riconciliato per sempre Dio e l’uomo.

 

 

 

3 Risposte a “Ventiquattresima T.O. anno A”

  1. Cristina Destro dice: Rispondi

    Buonasera Emilio,
    il tema del perdono mi pone davanti a tante domande:
    1) se chi mi fa torto è un fratello che non si accorge di avermelo fatto, o finge di non accorgersene, il perdono di per se parrebbe l’atto di un visionario, quindi a cosa serve?
    2) se chi mi fa torto non è un fratello ma solo un lupo travestito da pecora, perchè dovrei perdonare se sono consapevole che tanto cercherà continuamente di mangiarmi?
    3) come posso amare il prossimo come me stesso se permetto al prossimo di calpestarmi, se chi perdona è il più forte, allora perchè costa tanta fatica?
    4) se perdono posso concedermi di ricordare il dolore subito oppure si deve far finta che non esista? Oppure il vero perdono cancella il dolore?
    Per molto tempo ho giustificato per non dover riconoscere il torto nei miei confronti, quando ho dovuto dichiararmi la verità, ho conosciuto una rabbia non gestibile e la difficoltà nel perdono.
    Leggo costantemente la parola ma faccio fatica a rispondermi da sola, quello che capisco segue una via non razionale, ti ringrazio dei tuoi commenti perchè danno sempre un motivo in più per mettersi in discussione e migliorasi.
    Grazie
    Cristina

    1. Carissima Cristina, anzitutto chiedo perdono del mio ritardo nella risposta e dico subito che non so se riuscirò a scrivere tutto quello che domande così ricche meriterebbero. Inoltre, abbi pazienza, ma troverai sicuramente errori e ripetizioni perché non potrò rileggere ciò che ti scrivo, ma andrò di getto!
      Anzitutto bisogna ricordare che il perdono è una cosa seria e che non se ne può assolutamente parlare a cuor leggero. Intanto, il perdono è difficile sempre, iniziando dalle relazioni che viviamo in famiglia, con le persone che amiamo maggiormente e delle quali ci fidiamo: tali relazioni sono spesso soggette al logorio della vita quotidiana e spesso è difficile rispolverare le motivazioni iniziali con la forza delle quali ci si è scelti o accolti e a tali motivazioni attingere per dare un senso al perdono.
      Figuriamoci poi quando si parla del perdono dei nemici. Si, perché bisogna essere realisti: tutti noi abbiamo dei nemici e se non li abbiamo è solo perché ci teniamo ala larga dalla realtà della cose per non sporcarci le mani. Ma, per poco che siamo onestamente coinvolti, troviamo subito persone che ci mettono alla prova, con minore o maggiore malizia a seconda delle situazioni e degli interessi in gioco.
      Spesso tali persone ci fanno penare per anni, senza che ne vediamo una soluzione e costituiscono un pesante fardello dal quale vorremmo liberarci prima possibile. Ora, a mio avviso, se il fatto di liberarcene non comporta venir meno a dei propri doveri, allora possiamo e dobbiamo farlo. Tuttavia sono situazioni nelle quali è sempre utile un confronto a tu per tu con qualcuno che ci possa accompagnare e illuminare con uno sguardo di fede, per non sbagliare.
      Proseguendo, perdonare non vuol dire tacere. A chi gli percuoteva la guancia Cristo chiese spiegazione del motivo. Decise di tacere alla fine, sulla croce, e da lì perdonare perché era l’unica via attraverso la quale offrire a tutti la sua salvezza. Ma fino a prima non tacque.
      Se poi l’altro è un lupo, da lui, come dicevo prima, prendo le distanze, tutte le distanze che posso. Poi, interiormente, dove nessuno mi vede, potrò pregare per lui e presentarlo al Signore affinché abbia misericordia di lui. Però il vangelo non dice che bisogna a tutti i costi stare lì a prendersele da un altro.
      Dunque, perdonare non vuol dire permette supinamente all’altro di fare di me ciò che vuole, perché, ripeto, è nostro dovere richiamare l’altro alle sue responsabilità affinché si converta. Se questo non accade, allora bisognerà valutare cosa fare a seconda delle situazioni.
      In tutti questi casi il male che l’altro ci procura, spesso causa in noi rabbia, dolore, risentimento, desiderio di vendetta. Certo che, forse, alcuni grandi santi erano talmente oltre, da non essere più toccati interiormente da tanta negatività. Ma noi, cristiani di tutti i giorni, ci facciamo i conti. E allora che dobbiamo fare, vergognarcene? No, ci mancherebbe. Anzitutto prova a prendere in mano il libro dei salmi e considera quanti di essi riportano invocazioni a Dio nella prova, sdegno per essere stati traditi, richiesta accorata di giustizia nei riguardi del nemico e via dicendo: nella Bibbia c’è spazio per questi stati d’animo, che anche Cristo ha voluto provare. Gridiamo a Dio la nostra rabbia, gettiamo in lui il nostro sconforto. Non tagliamo questa parte di noi stessi solo perché ci pare poco evangelica e quindi inopportuna. Smettiamola di fare i perbenisti con Dio: lui sa quanto e cosa soffriamo e vuole che gridiamo a lui.
      Attenzione bene: vuole che gridiamo a lui e non ad altri. Questo dolore, lo vuole prendere in mano lui e noi dobbiamo consegnarglielo. Solo lui può accoglierlo, consolarlo e trasformarlo. Lui vuole poterci soccorrere e noi dobbiamo permetterglielo. Non possiamo vivere le parole del vangelo senza il suo aiuto. E’ impossibile giungere ad amare il nemico senza la grazia di Dio e l’ottenimento di questo dono passa attraverso la consegna a Dio del nostro dolore, provocato dall’ingiustizia altrui.
      Dio può ovviamente fare a un’anima la grazia di arrivare a perdonare il nemico con tutto il cuore in un solo istante, ma di solito non è così. Di solito è un cammino lungo, che dura anni, faticoso, meglio se accompagnati dalla Chiesa. In questo modo però Dio purifica l’anima, affina la sua fede e la rende simile a Cristo suo figlio. Egli permette questo lunga via crucis perché la trasforma in un bene per il cristiano. E questa penitenza, chissà, forse ottiene al nemico la grazia della conversione.
      Avevo scritto in qualche commento e qui ribadisco, che la via maestra per riuscire a perdonare è quella di fare in modo che maturino in noi gli stessi sentimenti di Cristo. Perché ciò avvenga a me pare che la cosa più efficace da fare sia il meditare costantemente la passione e morte di Cristo.
      Guardare a lui, lasciare che la sua grazia ci tocchi, lasciarci commuovere dal suo esempio, fa crescere in noi la voglia di tenergli compagnia sulla croce. Capita allora che, quando riceviamo del male, lo viviamo anzitutto come un male fatto a lui e sopportarlo è il nostro modo per stare accanto a Lui nella sua prova.
      La meditazione della passione e morte di Cristo ci decentra da noi a lui. Il che è fondamentale da un punto di vista spirituale, ma lo è anche da un punto di vista psicologico, perché quando soffriamo ingiustizia non riusciamo a staccare lo sguardo sia dal nemico che ci flagella, sia da noi stessi, vittime innocenti.
      E invece bisogna guardare a Cristo, senza di che non c’è scampo.
      C’è ancora molto da dire, inevitabilmente. Però dobbiamo ricordare che Dio ci libera dal male e che non permette che quest’ultimo ci danneggi interiormente. Purché impariamo a gettare in Lui ogni nostro affanno.

  2. Cristina Destro dice: Rispondi

    Grazie Emilio,
    la quotidianità e la vita conducono spesso su vie sbrigative ma invece di togliere un dolore nè aggiungono un altro. Il perdono è difficile e faticoso ma terrò a mente tutto quello che hai scritto chiedendo sempre a Dio di aiutarmi contro i lupi e per i lupi.
    Buona giornata
    Cristina

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