Ventiseiesima domenica del Tempo Ordinario – anno A

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A prima vista si potrebbe pensare che, in questo brano evangelico, Matteo contrapponga a una religione della parola una religione del fare, alle chiacchiere (seppur edificanti) il mettersi in gioco compiendo azioni concrete. In un certo senso potrebbe essere vero, perché una fede senza le opere è morta (come ci ricorda la lettera di San Giacomo), credere e non amare è un controsenso (come ci avverte San Giovanni nelle sue lettere) e, come ci avverte Matteo stesso al capitolo 25 del suo vangelo, Cristo ci attende nei panni del povero, del carcerato, del malato e così via. Dunque, non si può dire “Signore, Signore!”, non si può invocare e celebrare Dio e poi dimenticare che egli vuole giustamente che i suoi figli lo lodino anzitutto con una condotta di vita evangelica, nella quale cercare e fare realmente ciò che Dio vuole e a lui piace. Tutto ciò è vero e non v’insisteremo mai abbastanza. Ora, però, noi dobbiamo cercare di comprendere bene qual è il contesto nel quale la parabola dei due figli è pronunciata, qual è l’intenzione con la quale Matteo la riporta e Cristo la proferisce.

Essa è la prima di tre parabole che Matteo narra consecutivamente e con le quali egli risponde al perché il popolo d’Israele abbia perso il suo primato di alleanza con Dio, cosa abbia significato il suo rifiuto dell’alleanza offerta da Dio in Cristo, quali siano le reali e storiche conseguenze del non avere creduto a Cristo. Inoltre, la nostra parabola non può essere totalmente sganciata da quella precedente (vale a dire gli operai della prima e dell’ultima ora), nella quale era da una parte celebrata la bontà e la perenne novità di Dio e dall’altra additata la nostra meschina tendenza all’invidia e al confronto.

Gesù si rivolge ai capi e agli anziani, apostrofandoli perché non hanno creduto alla testimonianza del Battista, il quale risplendeva per santità e giustizia, e li provoca dicendo che invece prostitute e pubblicani hanno creduto e si sono pentiti e che pertanto essi “vi passano avanti”; notate che è un presente, non un futuro: capi e anziani sono già stati superati da questi altri, ritenuti da loro totalmente indegni. Stupisce il loro atteggiamento, perché il Battista era talmente allineato ai voleri di Dio, era talmente di esempio nel cercare e vivere secondo la volontà di Dio, che era impossibile non rimanerne colpiti e non riconoscere la propria colpa. Eppure sono riusciti a neutralizzare anche lui. E lo stesso faranno con Gesù, colmando la misura. Neppure dopo la morte di croce e dopo la resurrezione vorranno credere, anzi affermeranno che la morte di croce è uno scandalo nel quale è impossibile che Dio sia coinvolto e che la risurrezione di Cristo è una diceria sparsa dai suoi discepoli.

Dunque, qui abbiamo a che fare con la testardaggine ostinata e sorda dei capi del popolo d’Israele e di gran parte di questo popolo ai tempi di Gesù, a causa della quale essi si autoescludono dall’alleanza con Dio, perché lo pregano, ma non accettano che egli trasformi i loro cuori. Non vogliono abbandonare il loro modo di pensare, i loro privilegi, la loro religiosità ben impacchettata. O meglio, anziché punti di partenza, li considerano punti di arrivo e perciò racchiudono il volere di Dio in ciò che a loro conviene e nulla più. Diversamente, dovrebbero mettersi in stato di conversione, verificare i loro pensieri, le loro convinzioni: ma tutto ciò è troppo faticoso, forse è addirittura pericoloso in un certo senso e quindi sconveniente.

Inutile ricordare, anche stavolta, che questa parabola non ci vuole solamente raccontare un passato, ma metterci in guardia sul presente. Anche noi possiamo cadere nella stessa trappola degli ebrei di allora, anche noi possiamo parlare in un modo e poi agire in un altro. Succede spesso nella vita di tutti i giorni, dobbiamo riconoscerlo: siamo spesso incoerenti. Se dunque succede nelle cose di tutti i giorni, è ben probabile che ci accada anche con le cose di Dio, benché spesso non siamo capaci a riconoscerlo, oppure non vi siamo disposti.

Dunque, vediamo bene che qui il problema non è anzitutto fare delle cose per essere dei buoni cristiani. Anzi, vi sono alcuni credenti, talmente zelanti, concreti, sempre operativi, da risultare insopportabili: sembra che ci siano soltanto loro, che conti solo quello che loro sono pronti e capaci di fare. Infatti, il loro punto di partenza è sbagliato: sono convinti che Dio debba essere loro riconoscente per le tante cose che fanno. Non lo dicono magari, ma in realtà si crogiolano nei loro meriti immaginari.

No, il vangelo di oggi ci invita anzitutto ad abbracciare la realtà con gli occhi della fede, a capire come Dio ci sta richiamando alla conversione, a pensare cioè diversamente; ci invita a cercare il volere di Dio e a riconoscerlo nel vangelo, nelle tante testimonianze che ci circondano, nei fatti della vita (perché Dio ci parla attraverso le circostanze). Questo atteggiamento genera pentimento in noi, perché c’è sempre qualcosa da cui dobbiamo convertirci e dopo, solo dopo, nasce il desiderio di fare qualcosa di concreto per cambiare. Allora il fare, l’agire, sarà segno non della nostra iniziativa soltanto, ma frutto di un’ispirazione divina; allora questo agire sarà sano e beneficante per l’anima altrui e nostra.

2 Risposte a “Ventiseiesima domenica del Tempo Ordinario – anno A”

  1. Nuccia Maritano Comoglio dice: Rispondi

    Grazie. Come sempre il tuo “sguardo” mi aiuta a capire la Parola e a riconoscere la potenzialità e il valore del pentimento.

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      grazie Nuccia, riflettere ancora una volta su questo brano mi ha aiutato a capirlo meglio (forse in modo più corretto rispetto al passato) e di conseguenza a proporne una lettura sperabilmente fedele alle intenzioni dell’evangelista (e ovviamente di Cristo stesso!)

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