VENTISEIESIMA T. O. – C

Siamo così giunti al dunque. Luca, dopo averci più volte richiamati sui pericoli insiti nelle ricchezze e a quanto esse siano in diretta competizione con l’amore a Dio, riporta una parabola dal significato inequivocabile: la miseria non è una maledizione divina; al contrario, Dio sta dalla parte dei poveri, dei miseri, ai quali un giorno farà giustizia, rovesciando le sorti della vita terrena. Piuttosto, paradossalmente proprio la ricchezza rischia di essere la più grande maledizione che un uomo possa ricevere in questa vita. Risuona l’eco di quei “guai”, che Gesù profetizza nel discorso delle beatitudini, così come le racconta Luca: “Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete” (Lc 6,24-25). In questa parabola il contrasto tra il povero e il ricco risuona in tutto il suo stridore, senza sconti ed è chiaro come Gesù si schieri dalla parte del primo, recuperando tutta una tradizione biblica di attenzione al misero, di cui il salmo responsoriale di questa domenica è un testo rappresentativo. Addirittura il vangelo suggerisce che la futura resurrezione di Cristo, la sua definitiva vittoria sul peccato e sulla morte, non gioverà né al ricco, né ai suoi cinque fratelli. Neppure il grande padre Abramo, presso cui il povero troverà rifugio, potrà far nulla per venire incontro al ricco epulone.

Ma guardiamo più da vicino e chiediamoci: di quale colpa si è macchiato il banchettatore spensierato? A prima vista si direbbe del fatto di non aver condiviso il suo cibo, nemmeno le briciole di pane, con il povero Lazzaro, il quale languiva bramoso fuori dalla porta. Il ricco crapulone è stato dunque egoista. E’ vero, egli non ha condiviso nulla di ciò che aveva e ciò già basterebbe a condannarlo. Ma il vangelo, a ben scrutarlo, si spinge più in profondità. Dalle poche righe s’intuisce che egli non degna Lazzaro neppure di uno sguardo, non lo considera; è come se non ci fosse. Nella parabola del buon samaritano si narrava che il sacerdote e il levita non si fermano a soccorrere il malcapitato, ma si dice che tuttavia che l’avevano almeno veduto. Qui, invece, l’epulone non vede il bisognoso. La puzza delle sue ulcere non lo raggiunge, la sua fame non lo commuove, la sua condizione non lo inquieta. Il ricco non vede perché non vuole vedere; le ricchezze gli hanno avviluppato il cuore, certamente perché lui l’ha loro permesso, giorno dopo giorno, nell’intimità della sua coscienza, la quale giace ora avvelenata da un tumore spirituale che, prima ti rapisce la volontà, e poi ti ottenebra l’intelligenza. Non stupisce allora che non vi sia salvezza per l’anima di un uomo simile, non tanto perché egli riceve quella che appare una giusta punizione per il suo egoismo, ma perché a un’anima simile è impossibile aprirsi alla luce divina, talmente è ripiegata voluttuosamente su se stessa. C’era una porta, soltanto una semplice porta tra lui e il povero. Sarebbe stato sufficiente aprirla, fare un gesto di carità verso l’altro, accorgersi di lui; Se si fosse lasciato inquietare dalle sofferenze di Lazzaro forse questo gesto avrebbe aperto nel cuore, in lui nuove luci interiori, forse egli avrebbe trovato la via e la capacità di voler bene in modo creativo. Lui poteva essere provvidenza al povero nei beni materiali e il povero poteva esserlo a lui in quelli spirituali. E invece no. Sceglie di non varcare la soglia, né oggi, né domani. La porta del cuore rimane chiusa sino alla morte. Purtroppo egli non si accorge che era già morto da tanto tempo. O meglio, se ne accorge quando la morte lo spoglia di tutto. Ma ormai è troppo tardi: la soglia si è trasformata in un abisso che oramai nessuno può varcare. Egli viene sepolto, mentre Lazzaro va su, in cielo. Quando lui era sdraiato sui lettini dei banchetti non guardava in basso. In fondo, istruito dall’arroganza delle ricchezze, aveva sempre guardato tutti dall’alto in basso. Ora invece in basso ci sta lui; ora lui vede Lazzaro, mentre questi non vede lui. Lazzaro infatti ormai è troppo estasiato dalle ricchezze divine per perdere tempo nel ricordare i mali subiti o gli egoisti incontrati in quella vita subumana che aveva sopportato sulla terra.

Quanto spesso purtroppo i ricchi si cullano con una sorta di leggerezza sui loro beni, quanto spesso alzano le spalle o sminuiscono con superficiali sorrisi le altrui povertà. Quanto spesso l’arroganza, la presunzione e la superficialità li accompagnano. Quant’è difficile per loro fare spazio non tanto a Dio, quanto piuttosto a Cristo, presente nel povero di ogni luogo e di ogni tempo. Essi non riconoscono, perciò non saranno riconosciuti. I loro nomi saranno ricordati su lapidi monumentali, che sopravvivranno forse sinché dura questo mondo, mentre il nome di Lazzaro rimane impresso nel cuore di Dio, sinché dura l’eternità.

 

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