Ventisettesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

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La ventisettesima domenica del tempo ordinario quest’anno coincide con la festa di San Francesco d’Assisi, il che ci fornisce uno spunto di partenza per commentare la parabola dei vignaioli omicidi. San Francesco, infatti, fu amato da tutti quelli che lo conobbero e fu un dono meraviglioso della grazia di Dio per la sua città e per tutta la Chiesa. Tuttavia, se è nota a tutti la reazione del padre alle sue scelte, non sempre ci si sofferma a riflettere su come l’ordine religioso nato da lui, prese le distanze dalla sua regola di vita evangelica sine glossa, su quanto ciò fu per lui motivo di dolore e come anche per lui in certo senso valse la logica del “nessuno è profeta in patria”. Non sempre inoltre si considera come la sua figura sia stata gravemente fraintesa negli ultimi cinquant’anni nei quali egli è stato considerato soprattutto un entusiasta della natura, facendolo diventare una specie d’icona degli ecologisti ante litteram. Non che egli non fosse rapito dalle bellezze della natura e non ne avesse una considerazione altissima, ma da molti è totalmente trascurato il motivo di tal estasi, vale a dire la convinzione che tutto fosse occasione d’incontro con Dio e motivo di tenera devozione e di perenne gratitudine nei suoi confronti. E come dimenticare qui il suo figlio spirituale, il francescano San Pio da Pietralcina? Quanto è stato osteggiato dalla Chiesa prima di essere finalmente riconosciuto per quello che era, cioè uno straordinario uomo di Dio?

L’antico Israele è stato “bravo” a neutralizzare i piani divini su di lui, così poeticamente simboleggiati dall’immagine della vigna e dell’attenta e perseverante cura per la stessa da parte del padrone, cioè del Dio di Abramo. Questi, come ogni padrone, attendeva frutti di bontà e di santità dalla sua vigna, ma non ricevette altro che rifiuti e delusioni, realisticamente espressi così: “Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo”. E così, infatti, andò realmente.

Noi cristiani, spesso non siamo stati da meno, come dimostrano le biografie di San Francesco e forse più ancora di Padre Pio. Se non sempre siamo arrivati a neutralizzare fisicamente gli inviati di Dio (ma abbiamo fatto anche questo), abbiamo però saputo arrivarvi con molte astuzie e cosiddette buone ragioni. Perciò, ancora una volta, non possiamo liquidare passi del vangelo come quello di oggi, adducendo la scusa che erano rivolti agli ebrei, ma non a noi. Gesù (e l’evangelista Matteo con lui) si rivolgeva ai presenti ma indirizzava lo sguardo al futuro.

Come dunque dicevamo la volta scorsa, questa parabola insieme alle due precedenti, rende ragione del passaggio dell’alleanza divina dal primo al secondo Israele (cioè alla Chiesa), ma avverte quest’ultimo del fatto che esso può ripetere i medesimi errori di chi l’ha preceduto.

A questo punto, però, dobbiamo introdurre un nuovo elemento, che può essere felicemente tratto dalla seconda lettura. Essa è rivolta ai cristiani di Filippi, i quali danno a San Paolo molte soddisfazioni in termini di fede e di vita evangelicamente vissuta. La lettera a loro rivolta dall’apostolo denota, infatti, grande affabilità, estrema fiducia e slancio affettivo nei toni e presuppone nei contenuti un tale amore per Cristo da parte dei destinatari da indurci a considerare i filippesi come la comunità cristiana più fedele al vangelo predicato da Paolo. Se dunque i cristiani erano pochi all’epoca, tra costoro i filippesi erano un numero necessariamente ridotto, erano cioè un piccolo “resto”, per utilizzare un’importante espressione biblica. Un resto minimo, ma qualitativamente così buono, da essere sufficiente a consolare l’apostolo per le sue molte fatiche e croci.

Ora, la domanda che dobbiamo porci è: che cosa rendeva i filippesi così genuinamente cristiani? Che cosa induceva San Paolo a rallegrarsi tanto per quella comunità?

Sicuramente essi si erano lasciati toccare nell’intimo dalla testimonianza e dagli insegnamenti di Paolo e dei suoi collaboratori a riguardo di Gesù Cristo, li avevano cioè accolti quale parola di Dio e a questa si erano convertiti; si erano lasciati capovolgere la vita da Cristo e, a imitazione di Paolo, si erano lasciati conquistare da Cristo. Grazie alla loro risposta, la domanda che Isaia pone nella prima lettura non suonava più come una pietra tombale sul passato o un’accusa che inchiodava Israele alle sue responsabilità, ma diveniva una domanda aperta, stupita, meravigliata dinanzi alla grandezza dell’amore di Dio. “Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?” chiede, infatti, Dio a Israele per mezzo del profeta. La risposta dei filippesi è: ”Nulla più, oh Padre, perché in Cristo tu ci hai dato tutto e questo ci basta!”.

Non ha mai cessato di esserci, in tutto il popolo d’Israele, un piccolo resto di uomini e donne giusti, disposti ad ascoltare e amare Dio con tutta umiltà: di essi il Battista è l’esempio migliore. Allo stesso modo non si è mai interrotta nella storia della Chiesa la catena di giusti totalmente e umilmente orientati a Dio, luminoso esempio di cosa significhi essere vigna del Signore, prima tra tutti la Vergine Maria. Sebbene ridotti di numero, sebbene spesso poco noti e addirittura talvolta ostacolati, essi sono quella pietra scartata che Dio ha reso angolare, sulla quale cioè continua a edificare la sua santa Chiesa, con la quale ha siglato sulla croce un’alleanza eterna.

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