Ventitreesima domenica del T.O. – anno B

Per meglio comprendere il senso del miracolo narrato in questo vangelo dobbiamo tenere presente la conclusione del commento al vangelo di domenica scorsa, a cui rimando.
Il territorio della Decapoli era considerato impuro dai pii ebrei, ma Gesù vi si addentra senza timori. Lì compie il miracolo della guarigione del sordo muto, toccandolo con le dita e con la saliva. Ora, non solo quell’uomo viveva in luogo impuro, ma secondo la visione religiosa farisaica dell’epoca, se era in quelle condizioni era perché, non si sa come, aveva peccato e dunque doveva espiare qualche colpa. Quindi era doppiamente impuro. Gesù invece sa di avere dinanzi un uomo, minato dal male, certo; peccatore, certo; ma uomo. Toccandolo insegna ai suoi a non temere l’impurità rituale e guarendolo dimostra a tutti che in lui agisce una forza risanante che non può essere arrestata o vinta da nessun male.

Ancora oggi nel battesimo è previsto il rito dell’Effatà, nel quale il ministro, toccando con le dita la bocca e le orecchie del neofita, chiede che egli possa ascoltare e proclamare il vangelo, parola di salvezza. Il legame tra l’itinerario che Marco ci sta additando e la liturgia battesimale non è ovviamente casuale, in quanto ogni battezzato è stato liberato dal male ed è a sua volta capace di diffondere la grazia risanante che promana da Cristo.

Certo, si tratta, come quel giorno nella decapoli, di un miracolo che avviene la dove uno meno se lo aspetta, in disparte, senza clamori, ad opera apparentemente di un semplice uomo. Tale considerazione vale sia che si tratti della guarigione ricevuta con il battesimo, sia che si tratti delle opere o parole di bene, mediante le quali il battezzato, con la sua semplice umanità, unita a quella di Cristo, può, con lui e in lui, guarire altri dal male. Se, infatti, solo nella grazia divina risiede la potenza di bene necessaria per vincere il male che si annida in noi, è tuttavia solo mediante l’umano, l’incontro tra esseri umani che essa agisce e vince. Così ha mostrato di volere e preferire Dio quando ha compiuto il prodigio dell’incarnazione di suo Figlio nel seno di Maria e così preferisce oggi, quando coinvolge la sua Chiesa nella missione storica di diffondere il bene che sgorga dal Cristo Risorto.

Pertanto, tutte le conoscenze scientifiche volte a liberare l’uomo dal male che lo attanaglia a vari livelli (psicologico, corporeo, sociale) sono benvenute e benedette e in ultima analisi sono dono di Dio. Ma nessuna di esse è in grado di debellare il male sino in fondo. Quando l’uomo si convince di potercela fare da solo è (per ribadire un esempio già utilizzato in passato) come quel tale che, postosi dentro a un secchio, cercava di tirarsi su dal manico con le proprie mani. Il cristianesimo sostiene che solo Cristo può liberare definitivamente l’uomo e che senza di lui l’uomo non può fare nulla.

Sicuramente pare un compito un po’ difficile oggi per un cristiano convincere gli altri di una tale verità. Siamo infatti figli di un’epoca nella quale l’umanità era convinta di farcela benissimo da sola e un po’ di questa convinzione è ancora presente. Tuttavia a poco a poco storicamente torna a farsi sentire nelle nuove generazioni la consapevolezza sia di non potercela fare a cambiare la storia da soli, sia di non bastare a noi stessi mai, nel male come nel bene. Queste crepe e queste ferite possono e devono essere toccate dall’Effatà, dall’ “Apriti”, che Cristo autorevolmente continua a pronunciare, mentre si china sospirante su un’umanità quanto mai sbandata e disorientata. Penso che se talvolta avessimo un po’ più di coraggio nel dire apertamente ciò che crediamo, potremmo aprire molti cuori i quali attendono una parola e un gesto di liberazione, che diversamente non sarebbero in grado di udire e neppure di pronunciare.

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