Ventitreesima Domenica del Tempo Ordinario – anno A

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Tutti siamo peccatori, tutti siamo fallibili e tutti abbiamo bisogno che qualcuno si faccia carico di farci notare i nostri peccati e i nostri errori quando appare chiaro che noi o non li vediamo, oppure non facciamo nulla per emendarcene. E’ segno di grande amore da parte di un fratello che questi ci tenda una mano e ci illumini sui nostri comportamenti sbagliati; tale segno è poi maggiormente incoraggiante quando egli compie questo gesto in maniera a un tempo energica e rispettosa, efficace e pacata. In quell’istante egli si comporta come un medico, che apre la piaga ma per curarla, toglie una benda da una ferita ma per ungerla con una pomata balsamica. Se invece, comprendendo la nostra situazione di errore, si girasse dall’altra parte con una scusa e ci lasciasse in balia di noi stessi, egli compirebbe una grave omissione. Se egli pensasse: “Perché mai dovrei andare da lui a fargli notare questa cosa? E se poi lui mi si rivoltasse contro? E se poi me la facesse pagare? E poi, in fondo, io non ho mica la verità in tasca: potrei sbagliarmi nel mio giudizio! E se poi non servisse a nulla? A cosa sarebbe valsa la fatica?”: se di conseguenza tacesse, non mancherebbe anzitutto contro la verità ma contro la carità. Sappiamo, infatti, che queste due sorelle non possono mai vivere separate. Perciò Cristo ha stabilito Pietro a guida e a fondamento della chiesa ma perciò stesso (come leggiamo nel vangelo odierno) Cristo ha affidato a ogni membro della comunità cristiana il compito di legare e di sciogliere, cioè di guidare e di insegnare, di correggere e di curare. La comunità cristiana non è una sorta di pre-paradiso immune dal male, anzi; è un luogo nel quale emergono tutte le contraddizioni che esistono al di fuori di essa, in modo spesso persino più acceso che altrove. Al suo interno, però, vige la legge della carità, la quale a sua volta è basata sulla convinzione che Cristo è morto per me come per l’altro e che, siccome col battesimo siamo diventati un solo corpo con lui e in lui, l’altro è un membro di quel corpo: ne facciamo parte insieme ed è pertanto impensabile disinteressarsi di lui quando sbaglia, perché il suo errore mi raggiunge interiormente e il suo peccato mi addolora come se fosse il mio.

Non si può capire la profondità di questo messaggio se non si è compreso cosa significhi essere Chiesa in Cristo. Alla base di questi ragionamenti, infatti, c’è sempre il sacrificio di Cristo, che viene esteso a noi nel sacramento. Anzitutto il sacramento del battesimo, la cui portata comunitaria è ben visibile nelle comunità religiose, nelle quali uomini e donne si radunano all’insegna del carisma di un fondatore e si fanno carico gli uni degli altri in forza del battesimo. Poi c’è il matrimonio, nel quale un uomo e una donna e un’intera famiglia camminano insieme in nome e in forza di quel sacramento. Poi ancora il sacramento dell’ordine, che unisce in una sola realtà i ministri ordinati e li affratella. Infine l’eucarestia, nella quale tutti ci riscopriamo fratelli davanti all’altare e di lì discende a noi la grazia per vivere in quanto tali. Se dunque cogliamo quanto questo discorso sia fondato sui sacramenti, comprendiamo quanto tutto trovi la sua luce e il suo senso in Cristo, al quale dobbiamo guardare non soltanto come persona singola, ma come il capo di un corpo, cioè la Chiesa, nel quale i membri hanno cura gli uni degli altri e per restare uniti si aiutano vicendevolmente a rimanere radicati nella verità. Sappiamo, infatti, che la menzogna è fonte di divisioni e lacerazioni. Per questo essa va prevenuta e combattuta, prima che sia troppo tardi. D’altra parte, senza scomodare la teologia, tutti capiscono che far finta che un problema non ci sia è un atteggiamento che, prima o poi, si paga. A maggior ragione per noi cristiani: cosa accadrebbe se in un matrimonio non ci si parlasse più, se in una famiglia religiosa si smettesse di fare revisione comunitaria, se tra preti, vescovi e papa cessasse il confronto serio e costante?

Sia chiaro: il vangelo non ci garantisce il successo della correzione fraterna, anzi prevede che l’altro possa rifiutarla ed essere addirittura espulso dalla comunità. Cionondimeno, però, non ammette che si taccia in nome di una falsa tranquillità.

Se capiamo che tocca a noi intervenire, non adduciamo la scusa che siamo peccatori, ma rimettiamoci a Dio e agiamo. In fondo, è Lui che corregge, è Lui che educa, è Lui che guida e lo fa sempre per mezzo di poveri strumenti, quali noi siamo. Se dunque vuole servirsi di noi, perché sottrarsi? Quante volte in una famiglia i genitori sono richiamati alla verità per bocca dei bambini? Una volta un responsabile di comunità mi confidò che aveva capito una cosa importantissima su di sé grazie alla parole rivoltegli da una delle persone più antipatiche e problematiche di quella comunità.

San Pietro in una sua lettera ci ricorda che siamo impiegati come pietre vive nella costruzione della Chiesa. Ebbene, siamo pietre vive, dunque sempre in movimento, un movimento tuttavia talvolta un po’ scoordinato, che fa spesso di noi delle “Rolling Stones”, delle pietre rotolanti, che mentre corrono cozzano le une contro le altre. Cozzando e scontrandoci ci facciamo male, ma in quel modo ci levighiamo vicendevolmente e diveniamo gradualmente più adatte a realizzare il compito che ci è stato affidato da Dio.

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