VENTITREESIMA T.O. – C

“Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore…perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo”.

Un tale di nome Filemone aveva inviato il proprio schiavo, di nome Onesimo, a Paolo affinché lo assistesse in carcere. Durante questo periodo accadono due cose: la prima è che Onesimo diventa cristiano, la seconda è che Paolo si affeziona profondamente a lui. Nonostante questo, il grande santo un bel giorno lo rimanda dal padrone, chiedendo a questi di trattarlo non più come uno schiavo, ma come un fratello. Come può Paolo essere capace di un distacco così doloroso? Che cosa poi fa sì che, pur rimanendo formalmente schiavo, Onesimo torni dal padrone da “fratello nella fede”? E’ chiaro, infatti, che si sono create le condizioni per cui il padrone dovrà riflettere su quanto sia opportuno continuare a possederlo sul piano giuridico alla pari di qualsiasi altro bene, mobile o immobile, cioè se tenere un fratello come schiavo. La risposta è luminosa e semplice: Paolo, Filemone e Onesimo non hanno abbracciato una teoria, ma, ciascuno a suo modo, hanno deciso di seguire Cristo e pertanto di porre Lui al di sopra di tutti gli affetti e di ogni possesso. Non solo, ma anche di accettare la croce di quella faticosa purificazione che tale scelta comporta, quanto al modo di vivere il rapporto con il prossimo, con se stessi e con i beni. Ne deriva che essi si trovano a vivere su un piano umanamente più alto, nel quale il bene dell’altro viene prima del proprio e in cui le relazioni sono liberate dalla smania di possedere e trattenere l’altro a tutti i costi per se stessi.

Non è difficile perciò comprendere come le parole di Gesù, nel vangelo di oggi più dure che mai, siano ancora una volta un’àncora di salvezza, un segnale da non trascurare nel cammino della vita. Guardiamoci attorno: l’uomo di oggi è più egocentrico che mai, le famiglie si sfasciano, sempre meno ci si assume la responsabilità delle proprie azioni e i beni materiali sembrano l’unica cosa che conta. Scandalizziamoci di questo, non del fatto che Gesù dica a chi lo vuole seguire che, per essere suoi discepoli, bisogna amare Lui, Cristo, prima e più d’ogni altra cosa.

A questo mondo che cerca nelle teorie umane la risposta ai tanti problemi che affliggono l’umanità, la Chiesa non ha altro da proporre che Cristo, il quale non è una teoria, ma una persona viva. Viva perché ha vinto la morte e il peccato e pertanto è l’unico in grado di liberare l’uomo da quel sordo egoismo in forza del quale egli presto o tardi distorce tutte le relazioni che vive (con il prossimo, con i beni, perfino con se stesso) trasformandole in una prigione. Mentre invece abbiamo visto che, incatenato in carcere, Paolo è capace di una libertà e di un amore altrimenti impensabili: ciò perché Cristo ha fatto di lui un uomo libero.

Gesù pronuncia le parole del vangelo odierno davanti alla folla, quasi a voler scoraggiare le persone nel seguirlo: a lui non interessa il numero, a lui interessa il cuore. Egli sa, infatti, che Dio ha creato l’uomo a propria immagine; l’uomo è l’unica creatura in grado di amare liberamente. Ma sa anche che l’uomo ha sbandato, ha sviato la sua natura, amando se stesso e il mondo più di Dio, oppure addirittura dimenticando Dio e in tal modo è caduto in una trappola dalla quale non è in grado di uscire da solo. Cristo si fa medico e medicina di quest’umanità malata e prigioniera, proponendo se stesso come rimedio, come punto più alto, raggiunto il quale tutto può essere visto e vissuto sotto una luce nuova, più umana, in quanto divino umana. Considerato solo come uomo, Cristo non potrebbe pretendere un amore preferenziale. Ma considerato come Dio fatto uomo, allora sì, perché amando Lui si ama Dio e amando Dio ritroviamo noi stessi. Così si spiega l’insistenza del discorso evangelico: “se uno viene a me… se non viene dietro a me….se non rinuncia a tutti i suoi averi…”.

L’amore per Cristo è la prima condizione per poter rinnovare il cuore dell’uomo: tutti gli altri tentativi presto tardi o falliranno o sveleranno i loro limiti. Teorie psicologiche, sociologiche, economiche possono aiutare l’uomo a comprendere aspetti importanti della realtà, ma non possono salvarlo e inoltre anch’esse sono spesso frutto di una mentalità lontana da Dio.

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