Ventinovesima Domenica del T. O. – Anno B

Può darsi che Giacomo e Giovanni si sentissero preferiti agli altri dal momento che, oltre a Pietro, Gesù scelse di trasfigurarsi sul monte Tabor alla loro presenza, a esclusione degli altri apostoli. Ammettiamo pure poi che essi abbiano capito e accettato le profezie di Gesù a riguardo della propria passione e morte infami, una delle quali profezie precede immediatamente il brano odierno. Di fatto, però che, si tratti di oggi o di domani, essi ne fanno una questione di posto al sole nel regno di Cristo. “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” chiedono apertamente e senza mezzi termini a Gesù, la cui risposta è pronta: “Voi non sapete quello che chiedete”.

La convinzione, in chi ha risposto alla chiamata evangelica, di essere prima o poi autorizzato a posare il proprio fondo schiena su un trono, di qualsiasi sorta sia, dal quale poter finalmente comandare gli altri e godere di riflesso delle meraviglie operate dal vangelo, è sempre stata presente nella storia della Chiesa. Ma Cristo parla anzitutto di coinvolgere altre parti del corpo, cioè ginocchia e spalle e invita i discepoli a chiedersi non già che posto loro vogliono occupare, ma quanto sono disposti a lavorare affinché gli altri siano innalzati a posti d’onore grazie al proprio operato. Ginocchia che si piegano dinanzi al fratello per servirlo, per curarne le piaghe, come le ginocchia di Cristo, che nell’ultima cena si piegarono per lavare i piedi ai discepoli. Spalle che s’incurvano sotto il peso del fratello, che va spesso “sopportato” a causa dei suoi peccati e dei suoi limiti e delle cui infermità bisogna farsi carico con pazienza e misericordia.

In realtà Cristo non mortifica necessariamente le idee di grandezza che sorgono nei due figli di Zebedeo; piuttosto ne capovolge il percorso di realizzazione. “Vuoi essere grande? Benissimo, mettiti al servizio. Vuoi essere primo? Ottimo: fatti schiavo”. “Servo” e “Schiavo” sono parole talmente forti, talmente nuove da non poter essere attribuite ad altri che a Cristo, tanto più che corrispondono perfettamente alle sue scelte successive; sarebbe perciò disonesto e contrario a una seria esegesi addolcirle asserendo che sono un’invenzione di Marco.

Piuttosto, possiamo notare come Marco le riporti senza aggiungere parole del Maestro riportate invece da altri evangelisti a proposito del posto futuro che i dodici occuperanno in Paradiso. Luca riporta, nel contesto dell’ultima cena, queste parole d’incoraggiamento ai dodici: “Voi siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele”. Sempre in quel contesto, cioè la sera dell’addio ai suoi, Giovanni ricorda che Gesù disse: “Io vado a prepararvi un posto”. L’evangelista Marco, invece, è troppo preoccupato dalle ambiguità presenti nella comunità cristiana ed è troppo concentrato ad ammaestrare il catecumeno (futuro battezzato) che lo legge a prendere sul serio il Vangelo come regola di vita, da correre il rischio di lasciare il minimo spiraglio a quell’inestirpabile inclinazione presente in ogni essere umano a usare tutto, anche il Vangelo, per i propri fini e interessi.

Gli fanno eco le affermazioni riguardanti Cristo sia del profeta Isaia nella prima lettura (“il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”) e della lettera agli ebrei (“egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato”).

Va ribadito però che riuscirà a imitare Cristo solo chi sarà stato toccato dalla Sua Passione a tal punto da vedere in essa l’apparire di quell’amore divino sino a quel momento sconosciuto agli uomini. Infatti quel discepolo fortunato capirà prima o poi che, in Dio, i termini “amore” e “gloria” sono sinonimi e che pertanto nella scelta di abbassarsi al di sotto degli altri, di occupare l’ultimo posto, quello del servo e dello schiavo, c’è già, sin da questa vita terrena la condivisione di una gloria la cui sorgente, la cui energia, la cui luce, non è di questo mondo, bensì viene da Dio. Come infatti Cristo insegna “è per coloro per i quali è stato preparato”. E da chi è stato preparato, se non dal Padre celeste, sorgente di ogni dono?

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