Ventottesima Domenica del T.O. – anno B

Alcuni tra i discepoli sentono posarsi su di sé uno sguardo affascinante, penetrante, misterioso, che corrisponde a ciò che avevano sempre desiderato, che apre loro le porte a un gusto tutto nuovo della vita, a una conoscenza del significato dell’esistenza, come mai avevano compreso prima. Questo sguardo li afferra, li solleva in alto, poi attende un cenno da parte loro per condurli lontano, lontano. Mentre alcuni tentennano, altri rispondono subito prontamente; altri invece abbassano lo sguardo, anzi, lo volgono indietro e decidono di non partire, di non fidarsi, di non consegnarsi. I secondi attraverseranno numerose prove, ma conosceranno anche grandi gioie, non note alla maggioranza. I terzi rimarranno al sicuro, insieme ai propri beni e ai propri affetti, ma saranno segnati per tutta la vita dal timbro di una strana tristezza, che possono capire solo quanti hanno assaporato qualcosa di buono, ma poi non l’hanno scelto per paura di perdere se stessi.

Il pio ebreo identificava questa misteriosa novità, questo mistero capace di afferrarti e sconvolgerti la vita con la Sapienza, scritta con la esse maiuscola. Prerogativa di Dio, amica e vicina a Dio, chiave segreta di ogni cosa creata, la Sapienza era presente nella Legge, la Torah: essa dava gioia al credente, il quale la cercava, la meditava, la custodiva con perseveranza meditando le Scritture, pregando il Dio Altissimo, conversando nella sinagoga insieme ai suoi fratelli.
Marco oggi ce la presenta non solo come un modo di sentire o come un dono invisibile e misterioso di Dio. No. La Sapienza tanto amata e tanto cercata dal pio ebreo, uno di loro, “un tale”, se la trova davanti, sulla propria strada: è Cristo stesso, la cui parola illumina, il cui sguardo infiamma, la cui presenza da senso ad ogni cosa. La Sapienza, Cristo, propone se stessa a quel tale e gli chiede di sceglierla come unica ricchezza della sua vita. Sappiamo che lui non ce la farà, che se ne andrà via triste, perché “possedeva molte ricchezze”. Non ha voluto credere che da quella rinuncia sarebbe scaturito per lui ogni ben di Dio, non ha voluto fidarsi. Nel pensiero di quell’uomo faceva capolino un’altra sapienza, un’altra logica, figlia delle ricchezze, le quali in coro cantavano: “Siamo noi la tua sicurezza, siamo noi la tua felicità. Sii ragionevole, lascia perdere. Potrai comunque onorare Dio con la tua devozione, senza bisogno di rinunciare a tutto. Abbassa le pretese, tieni i piedi per terra. Ascoltaci”.

Così oggi comprendiamo, tra le altre, due cose.
Anzitutto, i discepoli di Cristo non possono considerare il loro Maestro e Signore come una ricchezza accanto alle altre, bensì come il Bene primo e ultimo, da cui scaturiscono tutti gli altri, materiali e non. Perciò può capitare che, a causa del Vangelo, essi debbano preferire Lui a tal punto da dover rinunciare agli altri beni. Il vangelo a proposito parla di case, o campi, o affetti: una volta sarà una presa di posizione forte, per amore della verità e del bene, per esempio nei confronti di un figlio, che porterà ad una divisione dolorosa da lui. Un’altra volta sarà la condivisione di un bene materiale con chi ne ha bisogno, oppure ancora la rinuncia a un losco affare che poco ha a che vedere con la purezza evangelica. Sono esempi di come, nella vita quotidiana, si presenti ripetutamente per ogni discepolo la sfida di scegliere tra i beni del mondo e la Sapienza incarnata, con cui Dio ci ha arricchiti di ogni bene.

Inoltre, vi sono alcuni tra i discepoli i quali rinunciano in partenza a tutto e a ogni cosa, affascinati e soggiogati dallo sguardo amorevole di Cristo e, pronti a ricambiare l’ammirabile “follia” evangelica consegnandosi interamente a Lui, rinunciano dapprima alla sapienza del mondo e conseguentemente alle ricchezze di esso. A costoro il Signore promette una ricompensa abbondantissima già su questa terra, in termini anche di ricchezze materiali. Ma non solo: essi avranno il privilegio di soffrire molto accanto al loro maestro e dietro a Lui. Pertanto lo Spirito Santo li provvederà di una scienza divina, in forza della quale stimeranno grande onore il soffrire apertamente per amore del loro Signore: anche questo sentimento fa parte del centuplo. E lo si può capire bene, perché è proprio di chi ama desiderare condividere fino in fondo le sofferenze della persona amata.
Questi discepoli sono le truppe scelte della Chiesa, sono la fiamma accesa per rischiarare tutti gli altri e incoraggiarli nell’avventuroso e affascinante cammino dietro a Gesù Cristo, il quale è tutta la Sapienza del Padre.

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