Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Qui il link alle letture e alla liturgia della S. Messa di oggi

Fra gli altri, un tema la predicazione moderna (e in parte anche contemporanea) ha trascurato o messo tra parentesi con un certo imbarazzo. Ciò forse come reazione a decenni d’interpretazione troppo rigida e moralistica delle Scritture, o forse perché il relativismo culturale ed etico ha fortemente influenzato anche la Chiesa, oppure per entrambi i motivi. Stiamo parlando del tema del giudizio divino. Non vogliamo e non dobbiamo evocare scenari terroristici a riguardo di Dio, come se Egli a un tratto cessasse di essere Padre e come se tale Padre smettesse di essere sia misericordioso, sia fedele, come invece Gesù Cristo ce l’ha rivelato. Tuttavia, piaccia o non piaccia, un giorno saremo giudicati da Lui e proprio di questo si parla nella parabola odierna.

Già la parabola dei vignaioli omicidi ci avvertiva di una tale conclusione; Matteo, poi non mancherà di farcelo nuovamente notare al capitolo 25 del suo vangelo, nel quale risuoneranno le parabole dei talenti, delle dieci vergini e del Cristo nascosto negli ultimi della società. Esse ci faranno riflettere su quanto il momento presente sia anticipo del futuro e su come, in realtà, saranno le nostre scelte, azioni, opere a giudicarci dinanzi a quel Dio amante, puro, cristallino, veritiero nel quale crediamo e al servizio del quale dovremmo porre concretamente le nostre personali esistenze.

Oggi si parla di rifiuto di un invito a nozze e di partecipazione alle medesime con abito non adatto.

A riguardo, un giorno un amico mi confidò che rimase sorpreso del fatto che, al suo matrimonio, un invitato si presentò alla cerimonia e al pranzo vestito come se avesse dovuto recarsi a fare la spesa al supermercato. Mi confidò che, per buon cuore, non gli disse nulla, ma che ci rimase molto male: in fondo, quell’amico con quel comportamento gli dimostrava che poco gl’importava di quell’invito.

Se, infatti, ogni uomo sarà giudicato da Dio, tanto più lo saranno i cristiani i quali sanno di avere ricevuto un invito a nozze e sanno che Dio si aspetta da loro non solo un sì, ma anche un conseguente atteggiamento di fronte alla vita.

Qui non si sta unicamente parlando di un generico invito all’esistenza, a partecipare al banchetto della vita terrena e a comportarvisi in maniera idonea. Qui si sta parlando dell’invito a partecipare al banchetto della vita eterna e a manifestarvi l’adesione sin d’ora. Per maggior chiarezza, possiamo rapportare questo discorso all’Eucarestia. In quella sala terrena che è la Chiesa di Cristo noi suoi discepoli siamo invitati a partecipare al mistico banchetto ogni settimana, anzi, se vogliamo, ogni giorno. Se un tempo questo era socialmente scontato e personalmente chiaro, oggi non lo è più. Se un tempo chi vi si recava lo faceva badando al vestito, oggi non è più così. Sono cambiati i tempi, certo. La forma non conta, certo: conta il cuore. Tuttavia oggi, spesso, è venuta meno tanto la forma quanto la sostanza della partecipazione.

La messa è pertanto la concretizzazione di un argomento che parte da essa e va oltre essa. Forse, infatti, se non vado a messa una volta non casca il mondo. Se, però, non vi vado perché non sento più l’invito di Dio, oppure perché questo invito ha perso la sua importanza, oppure ci vado, ma non faccio il possibile per risvegliare il mio cuore nell’andarvi, allora non casca il mondo: casco io. Anzi, sono già caduto. Ma, ripeto, estendiamo questo esempio a tutta la nostra esistenza, a quanto realmente il saperci invitati alle nozze eterne di Dio con l’umanità influisca sul modo di viverla in rapporto a noi e al prossimo. A quanto veramente conti per noi l’invito evangelico ad amare Dio con tutto il cuore, tutta la mente e tutte le forze.

Per capirci meglio, rapportiamo questa parabola a un’altra, che forse ascoltavamo con maggiore disponibilità, quella cioè del seminatore. Laggiù si diceva che il seminatore seminava con abbondanza, con larghezza e generosità il suo seme il quale, secondo il terreno, portava frutto oppure no, in misura ora maggiore ora minore. L’accento era posto non tanto sul terreno, quanto piuttosto sulla capacità del seme di giungere a maturazione e di fruttificare. Là era dunque sottolineata l’efficacia della parola di Dio, la sua forza misteriosa, divina. Con ciò l’uditore era spronato ad avere fiducia, a puntare sulla grazia di Dio prima che su se stesso, a non dubitare, a dispetto di tante difficoltà, che Dio avrebbe compiuto il suo progetto di bene su di lui e sul mondo.

Proseguendo questo parallelo, diciamo che oggi è sottolineata la responsabilità del terreno a riguardo della grazia ricevuta. Il terreno, infatti, siamo noi: persone vive, vegete e redente da Cristo, che Dio vuole vedere attivamente coinvolte nella relazione d’amore cui c’invita, una relazione non solamente umana e sentimentale. Dio, infatti, ci ha veramente dato tutto quello che era e che aveva in Gesù Cristo: incarnazione, passione, morte e risurrezione sono eventi da capogiro, per quel poco che vi riflettiamo. Dio si attende, giustamente, corrispondenza a tale precisa offerta. Lo ha fatto per noi, per sollevarci a Lui. Ci ha veramente dato tutto.

Perciò conta, anzi è necessaria la nostra risposta. Ed è inevitabile che su di essa, un giorno saremo giudicati.

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