VENTOTTESIMA T.O. – Anno C

“Andate a presentarvi ai sacerdoti”: con queste parole Gesù congeda i dieci lebbrosi, senza però che il miracolo di guarigione sia ancora avvenuto. Avverrà durante il cammino, a quanto pare prima ancora che i dieci siano giunti dalle autorità religiose. Ma perché Gesù non li ha guariti subito? Sappiamo che la legge attribuiva ai sacerdoti l’autorità di costatare sia il contagio, sia la guarigione dalla lebbra. E dunque, Gesù non poteva guarirli e poi inviarli dai sacerdoti per la successiva verifica? Sicuramente i dieci lo avrebbero subito lodato ed esaltato. Sicuramente si sarebbero poi recati dal clero per consegnare la notizia della loro guarigione: ne avevano tutto l’interesse, perché in gioco c’era il loro pieno reinserimento nella comunità sociale. Invece, Gesù, pur essendo l’origine della loro guarigione, fa in modo di non essere fisicamente presente quando essa avviene. Il guaritore è lui, non i sacerdoti e neppure i riti di cui essi sono i depositari e in parte gli autori. Affinché il miracolo avvenga, i lebbrosi devono comportarsi come il rito prescrive; e tuttavia l’origine del miracolo non risiede nel rito stesso, ma in qualcun altro, che c’è ma che non si vede.

Forse Gesù (e l’evangelista con lui) con questo episodio vuole mettere in guardia i suoi discepoli dai rischi della religione. Oggi questa è tornata in auge, con una connotazione spesso negativa, legata al terrorismo di matrice islamica. Così, si critica la religione poiché capace d’istigare gli uomini alla violenza; d’altra parte, la storia europea ha conosciuto anche questo volto della religione in epoche passate, nell’ambito di un ormai tramontato regime di cristianità. Sì, sovente la religione è stata usata come pretesto o appoggio per uccidere l’uomo, il fratello. Nel vangelo di oggi, invece, pare piuttosto che si possa derivare l’altro estremo. La religione può essere usata per “addormentare Dio”, per addomesticarlo, per mettere tra parentesi tutta una vita interiore, tutta quella sovrabbondante grazia, apportatrice di novità e freschezza, di cui Dio è la fonte inesauribile. Gesù si stupisce che solo uno torni a ringraziarlo: solo uno capisce qual è il centro di tutto, solo lui si lascia entusiasmare da ciò che è avvenuto, solo lui sembra essere entrato in vivo contatto con Dio; e, ovviamente, solo lui sarà capace di contagiare altri non più di lebbra, ma dell’amore per Cristo.

Quando Luca ci narra che uno su dieci torna a ringraziare lo fa per metterci in guardia: sebbene religiosi, praticanti, siamo tutti a rischio di anestetizzare la vita spirituale. Tutti possiamo facilmente cadere nella tentazione di credere che, siccome abbiamo adempiuto le regole, allora siamo a posto, non c’è bisogno di tornare sui nostri passi, non c’è bisogno di rileggere la nostra storia per scorgervi i segni della presenza divina accanto a noi oppure per capire dove abbiamo sbagliato ed emendarci. Noi siamo bravi a mettere tutto a posto per bene, in ordine. Cristo però è venuto a sconvolgerci, a capovolgerci in continuazione, perché Egli è novità infinita, gioia, vita, bellezza, verità.

Luca non manca di sottolineare un altro piccolo dettaglio: il lebbroso che torna indietro è un samaritano, cioè uno straniero, uno che non mette in pratica le regole della religione ufficiale. Eppure è l’unico che guarisce totalmente: nell’anima come nel corpo. Nella storia della chiesa, i convertititi in età adulta, sono frequentemente persone decise, convinte, forse un po’ drastiche, ma che nulla sanno della ordinaria freddezza con cui gli abitué della messa, sovente maneggiano questo ed altri sacramenti. Colui che arriva dopo e da fuori (in questo senso “lo straniero”) scopre nella Chiesa motivi di gioia talmente numerosi che pare impossibile che gli altri, i quali la abitano da sempre, non vedano e non vivano. Eppure tante volte è stato così nella storia.

Tutto ciò cosa significa allora? Che dobbiamo smettere di frequentare e di pregare? No, non faremmo altro che allontanarci ancora di più dalla sorgente della vita. E’ che semplicemente, con l’aiuto di Dio, dobbiamo fare tutti gli sforzi possibili perché, vivendo i riti, possiamo essere immersi in profondità nella grazia che essi contengono. Cristo non è la nostra religione. Cristo è la nostra vita e se la Chiesa cattolica non fosse il suo corpo, nessun rito da essa compiuto potrebbe darci vita e speranza; ma siccome invece Cristo vive in lei, la religione che vi si pratica risana le persone, purché vi partecipino di vero cuore.

 

Lascia un commento