VENTUNESIMA DOMENICA T.O. – C

“Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.
La domanda, fatta da un tale, non meglio precisato, provoca una strana risposta di Gesù sul fatto che bisogna sforzarsi di “entrare per la porta stretta”, dalla quale molti rimarranno fuori.

Partiamo anzitutto dalla domanda. Essa riguarda un tema molto sentito nella cultura antica (estremamente religiosa), quello cioè della qualità di vita che un uomo poteva aspettarsi dopo la morte, ma soprattutto dopo l’indiscutibile giudizio divino sulla sua anima. Tale domanda risulta molto meno importante nella cultura moderna, nella quale sono presenti posizioni assai diverse tra loro a riguardo del dopo morte: dall’esclusione totale di un al di là (propria dell’ateo), all’idea di una reincarnazione in qualche altro essere; dalla convinzione dell’esistenza di uno stato di pace futura (non meglio definita) alla fede tradizionale nella resurrezione. Tuttavia, più di tutto, la cultura moderna ha spostato l’attenzione su ciò che conta nell’al di qua. Salvezza è avere successo. Salvezza è la tecnologia, grazie alla quale affrontare tutti i problemi che si presentano. Salvezza è vincere tutte le battaglie contro tutti i mali, qui e ora e con le nostre forze.

I giovani di ogni generazione, ma soprattutto di questa, sono segretamente convinti che il tempo per loro non debba passare mai, gli adulti sono troppo impegnati nelle cose concrete per occuparsi di ciò che appare tanto lontano e soprattutto irreale. Solo all’approssimarsi della fine, in tarda età o a causa di una grave malattia, sommessamente e privatamente, si affaccia con tutta la sua forza il problema di dover fare i conti con qualcuno dopo la morte.

In generale, quindi, niente di più lontano dalla concezione ebraica entro la quale avviene il dialogo riportato dal nostro vangelo.

Un’idea, che può soccorrerci per aiutarci a capire la posta in gioco secondo Gesù, la desumiamo dalla prima lettura, dove il profeta Isaia dice agli israeliti che Dio desidera rivelare la sua gloria a tutti i popoli. Il termine “gloria” nella bibbia dice tante cose: splendore, bellezza, bontà, luce, vita, palpito, ricchezza, maestà, generosità, godimento, estasi e così avanti all’infinito. Dio, in sostanza non vuole una semplice sopravvivenza delle anime, ma desidera condividere la propria immensa e gloriosa natura con gli uomini: per questo li ha creati e per questo ha mandato il suo Figlio. Salvarsi significa quindi raggiungere il fine per il quale esistiamo: una vita piena di luce al cospetto di Dio.

Ora come può un uomo pieno di se stesso, di presunzione, di auto gloria (o vanagloria come si diceva un tempo), un uomo convinto che salvarsi significhi unicamente cercare di sopravvivere in questo mondo, trovarsi nelle condizioni di ricevere una tale divina gloria?

Un mio quasi coetaneo partì da giovane con le migliori prospettive lavorative e affettive: era capace, brillante, affascinante; però, a causa dei successi collezionati nel tempo aumentò in lui la boria e la sicumera. Se già era facilmente autoreferenziale, dopo un po’ di anni era divenuto insopportabilmente presuntuoso e pieno di sé. Poi vennero le prove, una dopo l’altra: crolli economici, divisioni familiari, perdita di un figlio. La vita tuttavia non lo piegò. La vita lo trasformò: capì quali erano le cose che contavano davvero e si dedicò a queste. Poco per volta tornò umano, avvicinabile, comprensivo. Non temeva più di lasciare intravedere la sua grande debolezza e le sue ferite e così chiunque poteva ormai incontrarlo senza fare o ricevere resistenze o paura.

Proviamo a pensare: qualora fosse morto prima, come avrebbe potuto Dio condividere la Sua gloria con un uomo così pieno di sé? E invece: con quanta tenerezza Dio ora ricolmerà di ogni grazia e con quanta bontà si chinerà sulle sue ferite per guarirle con il suo perdono quando s’incontreranno faccia a faccia un giorno.

Nulla è impossibile a Dio, certo. Tuttavia Egli non è un saltimbanco e inoltre si è impegnato a prendere sul serio la nostra libertà: ecco perché Gesù appare così drastico a proposito del tema della salvezza eterna. Non dice quanti si salveranno: è infatti un mistero che spetta a Dio solo conoscere. Ma dice che bisogna accettare di sottoporsi a una dieta dimagrante, a uno sgonfiamento del nostro io, senza di che è impossibile essere graditi a Dio ed entrare in comunione d’amore con Lui. Ora, però, questo sgonfiamento è sempre figlio di una qualche rinuncia, oppure dell’accettazione dei dolori che ci visitano ogni giorno; insomma, è conseguenza dell’aver scelto di sforzarsi nel passare attraverso la porta stretta. A nessuno di noi (tranne che ai santi) piace l’idea di percorrere questa strada. Noi non riusciamo a capire perché la grazia e l’aiuto di Dio sono sempre vincolati a quanto noi siamo disposti ad abbracciare la croce. Però dobbiamo fidarci: se questa è la via che ha percorso Gesù, qualcosa vorrà ben dire per noi.

Scrivo nel giorno in cui la Chiesa ricorda Santa Rosa da Lima, una mistica peruviana del XVI secolo, di una potenza spirituale impressionante. In una sua lettera ella diceva: “Oh se i mortali conoscessero che gran cosa è la grazia, quanto è bella, quanto nobile e preziosa, quante ricchezze nasconde in sé, quanti tesori, quanta felicità e delizie! Senza dubbio andrebbero essi stessi alla ricerca di fastidi e pene; andrebbero questuando molestie, infermità e tormenti invece che fortune, e ciò per conseguire l`inestimabile tesoro della grazia. Questo è l`acquisto e l`ultimo guadagno della sofferenza ben accettata. Nessuno si lamenterebbe della croce e dei dolori, che gli toccano in sorte, se conoscesse con quali bilance vengono pesati nella distribuzione fra gli uomini”.

Se tali parole possono turbarci o non convincerci, perché ci paiono esagerate, a conclusione di questo commento possiamo indegnamente citare le incisive parole della seconda lettura: “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre?”

A qualsiasi popolo apparteniamo, dobbiamo decidere in che cosa vogliamo sperare e su cosa vogliamo puntare in questa nostra breve vita. Se seguiremo Cristo nell’attraversare la porta stretta Egli ci condurrà in una larga sala, nella quale siederemo a un immenso banchetto, nel quale ci verrà servito ogni bene.

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