Quindicesima domenica del T.O. – Anno B

Il mondo va liberato dal male che lo tiene schiavo: questo lo capisce anche un bambino. Ma la domanda è: chi può farlo? Il vangelo odierno parla di spiriti impuri, malattie, necessità di conversione. Chi può agire ad un livello così radicale? Nel mondo ci sono tante persone di buona volontà, le quali compiono non solo il loro dovere, ma anche gesti di bene che rimangono per lo più nascosti agli occhi del mondo stesso. Molti agiscono come medici dei corpi e delle menti. Molti lavorano a livello sociale per promuovere e sostenere contesti di solidarietà dove le persone vivano con maggior serenità. Molti ancora si dedicano all’educazione delle nuove generazioni, affiancandole nell’avventuroso percorso della crescita e della formazione. Ma quanti di loro hanno il potere di liberare  veramente e in profondità gli altri esseri umani dai mali che li tormentano, talora innocentemente, talaltra colpevolmente? Quanti possiedono parole così autorevoli da far impallidire i malvagi?
Il vangelo oggi ci racconta che dodici uomini ebbero da Gesù il potere di scacciare il male con una forza e un’autorevolezza precedentemente sconosciuta e inimmaginabile per dei poveri esseri umani. Sappiamo che raccolsero molto successo nel corso di quella missione, nella quale il loro maestro non era fisicamente presente accanto a loro. Come fu possibile? Perché loro si e tanti altri no? Perché nella Chiesa alcuni godono di prerogative straordinarie mentre la maggioranza  degli altri deve accontentarsi di espletare la propria missione in modo molto più dimesso?
Notiamo anzitutto queste tre espressioni tratte dalle tre letture odierne: “Il Signore mi prese”, dice il profeta Amos; “In Lui [il Padre] ci ha scelti”, dice Paolo ai cristiani di Efeso; “Gesù chiamò i dodici a sé”, afferma l’evangelista Marco. Ecco, qui c’è l’architrave di tutto l’edificio. Sono mandati solo quelli che prima sono stati chiamati. Sono lasciati partire solo quelli che prima si sono lasciati attrarre. Sono resi potenti contro lo spirito impuro solo quanti prima si sono avvicinati allo spirito puro. Chiunque nella storia della Chiesa abbia fatto cose straordinarie, era innamorato/a di Cristo, unito/a a Lui, in perenne unione di spirito e di intenti con Lui. Anche se il Maestro non era fisicamente presente, era però sempre Lui che agiva nella persona singola, valorizzandone lo stile e rispettandone le caratteristiche. I dodici e tanti altri con loro erano prima immersi nel bene che vittoriosi sul male, nonostante le loro debolezze.
A questo punto risulta chiaro l’ordine dato da Gesù di prendere con sé unicamente l’essenziale per lo svolgimento della propria missione. Troppi orpelli infatti non fanno altro che impedire al messaggio evangelico di risplendere in tutta la sua purezza. Qualcuno potrebbe supporre per esempio che un’opera funzioni anzitutto per l’efficienza e le risorse economiche di chi la compie e non già perché essa viene da Dio. Ancora, di programmi pastorali non siamo mai stati pieni come quest’oggi, ma non pare diano grandi frutti di conversione dentro e fuori la Chiesa. La storia insegna a noi cristiani che laddove siamo convinti di essere noi al centro, si spegne la forza risanante del vangelo, mentre laddove umilmente ci affidiamo alla grazia di Cristo, riusciamo a compiere grandi opere.
E il cristiano di tutti i giorni che cosa deve pensare di sé? Che non è un mandato? Che è stato meno attratto dal Signore e dunque può farsi degli sconti a proposito della radicalità evangelica? Ovvio che no.
Egli deve pensare che fa parte di un corpo, nel quale esistono membri diversi con funzioni diverse e che pertanto ognuno deve svolgere bene la propria. Egli deve sapere che è chiamato a servire Cristo anzitutto nelle piccole cose di ogni giorno. Deve ricordare che la differenza la fa non la clamorosità dell’opera, bensì l’amore con cui essa è stata compiuta. Diceva santa Teresa di Lisieux: “Basta uno spillo raccolto per terra con amore per salvare un’anima”.

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