Domenica delle Palme – anno B

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La Settimana Santa è l’edificio più solenne di tutto l’anno liturgico e la Domenica delle Palme è la porta per mezzo della quale vi si accede. Per aprirla occorre una chiave, ma occorre anche che si sappia come utilizzarla: il banale gesto di inserire la chiave nella serratura e girarla sino a che la porta non si apra, così banale non è e non può assolutamente essere dato per scontato, almeno non quando si parla delle cose di Dio.

Ogni evangelista ci offre la sua chiave per entrare nel mistero della passione e morte di Cristo e quest’anno tocca a Marco consegnarcela e tocca a noi riceverla dalle sue mani.

I racconti della passione e morte occupano nel suo vangelo uno spazio assai ampio rispetto al resto: segno che siamo al cuore di tutto il vangelo, alla vetta del cammino di ogni discepolo. In essi Marco ci regala alcuni dettagli importanti, quali il profumo di nardo, il bacio di Giuda, la fuga di tutti i discepoli, le due grida di Gesù sulla croce. Da queste ultime vorrei partire, considerandole uno la chiave, l’altro l’indicazione del modo giusto d’utilizzarla.

Racconta Marco: “Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Dal Getsemani in poi Gesù è descritto in totale solitudine. I discepoli dormono, tradiscono, fuggono, rinnegano; i giudei accusano, mentono, gli preferiscono un assassino e lo condannano; i romani torturano, straziano, crocifiggono; i passanti sbeffeggiano, insultano e al coro si uniscono pure i due ladroni. No, Marco non fa nessuno sconto nel raccontare la realtà dei fatti, proprio nessuno: la crudeltà umana è descritta in modo così chiaro e inequivocabile che di più non si può.

Ma ancora non basta, poiché Cristo sembra essere lasciato solo anche e soprattutto da Dio. Il buio della sera del Getsemani, buio spirituale totale, si prolunga in certo senso sino alla sera successiva e il buio fisico che si addensa sul Calvario rende il grido accorato di Gesù a Dio ancora più toccante e terrificante. Stiamo ai fatti, leggiamo ciò che Marco ci dice e riconosciamo che in quell’istante Dio tace d’un silenzio sconcertante a tal punto che davvero Gesù si sente abbandonato anche da lui: non una brezza d’aria, non una goccia di pioggia, non una parola, ma aridità, tenebra e silenzio.

Marco sa che noi sappiamo; sappiamo cioè che Cristo risorgerà, ma vuole che prendiamo veramente sul serio il grido di Gesù sulla croce, vuole che la nostra fede faccia i conti con la realtà sino in fondo e che sfuggiamo alla tentazione di edulcorare ciò che dolce non è. Ricordate il sentimentale e superficiale “andrà tutto bene” di un anno fa a inizio pandemia? Ecco la chiave: Marco vuole che rinunciamo a tale atteggiamento nel meditare il vangelo per pensare con lucido realismo la sorte di Cristo.

 

Concedetemi qui una breve digressione.

Partire dal grido di Cristo sulla croce significa prendere sul serio anche il nostro dolore, anche il grido presente nel cuore di ciascuno, un grido spesso implicito, di cui non ci rendiamo conto sino in fondo, ma che spinge costantemente in noi, che chiede di uscire, di essere ascoltato.

Cristo, accettando il silenzio di Dio, ci insegna ad accettare la realtà, ma gridando ci insegna a prendere sul serio il nostro personale grido, che non può mai essere messo a tacere, perché è il segno con il quale noi stessi capiamo che non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a questa realtà, nonostante tutto. Questo grido, il suo e il nostro nel suo, non può essere eliminato in alcun modo, per quanto noi uomini facciamo di tutto per negarlo soffocandolo in mille modi. Questo grido è la nostra preghiera più vera, è il nostro io più profondo, l’abisso da raggiungere, il buio da fare emergere per incontrare la salvezza di Dio in modo vero, autentico.

Tutto e tutti vogliono soffocare il grido di Cristo, ma grazie a Dio non ci riescono: da quel grido inizia la nostra salvezza, inizia la nostra possibilità di un incontro vero, umano, pieno con Cristo.

 

E ora torniamo al nostro discorso.

Al primo grido desolato di Cristo ne seguì un altro. Marco racconta infatti che, subito dopo, “Gesù, dando un forte grido, spirò”. Con ogni probabilità fu quell’ultimo grido il segno di un infarto, cioè di una rottura del cuore di Gesù, conseguenza ultima dell’immane dolore da lui subito. Siamo con ciò idealmente rimandati all’inizio del racconto della passione secondo Marco, quando egli narra: “Gesù si trovava a Betania, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei”.

Nel cuore spezzato di Gesù crocifisso il vaso dell’amore di Dio è stato definitivamente aperto e ciò che umanamente appare come deprecabile spreco è piuttosto il dono di un amore più grande, un amore incommensurabile. Con ciò, l’ultimo grido è grido d’amore e chi lo comprende ha definitivamente aperto la porta della Settimana Santa. La vera fede, per Marco, nasce qui e qui, ai piedi della croce, il cristiano impara a stare al mondo, perché riconosce che essa è il trono da cui Cristo lo governa e lo salva. Non ce lo dice, Marco, con un concetto astratto, ma raccontandoci che “Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”.

La passione e morte di Cristo sono segno della crudeltà umana, con la quale bisogna fare realisticamente i conti. Ma sono soprattutto e anzitutto opera dell’amore di Dio per noi, i cui frutti cadono maturi dall’albero della croce, patibolo di morte e albero di vita, che riapre il cammino verso il cielo. Ora la chiave ha correttamente girato nella serratura e la porta si è aperta.

Buona Settimana Santa.

 

 

 

Una risposta a “Domenica delle Palme – anno B”

  1. Stefania Barbiera dice: Rispondi

    Anche se a cose già avvenute, vorrei associare il dolore e le grida di mia mamma e di tutti i moribondi al dolore e alle grida di Cristo, implorando per loro la salvezza e l’accesso al Regno dei Cieli.

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