Quarta Domenica di Pasqua – anno B – 2021

Ecco il link alle letture e ai testi liturgici del giorno

 

 

 

La visione di un gregge di pecore intento placidamente a pascolare, oppure a spostarsi in andata o in ritorno dall’ovile, sotto lo sguardo vigile e la guida del pastore, ha sempre suscitato in me una sensazione di calore, di pace e di grande tenerezza. Questo non solo per motivi estetici (le pecore voluminose e gonfie di lana che paiono nuvole, i cani scorrazzanti, il verde dei prati), ma soprattutto per il fatto di cogliervi da una parte la continua attenzione del pastore nei confronti del gregge e dall’altra la docile obbedienza a lui delle pecore, fiduciose della sua costante presenza.

Non so se anche Gesù provasse questi sentimenti in proposito. Certo è che egli parte da questa immagine per descrivere il rapporto tra noi e lui, evidenziando i reciproci ruoli. Tuttavia, dobbiamo subito notare che lo fa evocando una tenerezza la cui origine è molto lontana, sin negli abissi dell’amore divino. Infatti, Egli afferma che, come Lui e il Padre si conoscono, si amano (e si donano l’uno all’altro), così anche Lui e il suo gregge si conoscono, si amano e di conseguenza le pecore lo imitano nel donarsi a loro volta. Certo, è Lui il Buon Pastore; è Lui che da la vita per primo. Però noi lo seguiamo non solo per un istinto umano, ma in quanto ci abita e ci muove il Suo Santo Spirito il quale ci rende capaci di corrispondergli, pur con tutta la povertà dei nostri mezzi.

Siamo nel tempo di Pasqua e in questa, come nelle prossime due domeniche, la liturgia pone alla nostra meditazione delle similitudini tratte dal vangelo di Giovanni grazie alle quali intuiamo qualcosa della profondità e dell’altezza di rapporto a cui Dio ci ha invitati a intrattenerci con Lui: il pastore e le sue pecore, la vite e i tralci, l’amore di amicizia.

Comprendiamo allora una seconda caratteristica essenziale del tempo liturgico pasquale. Da una parte, infatti, in esso si celebra la vittoria di Cristo sulla morte; dall’altra, mentre vi si preparano i fedeli alla grande solennità della Pentecoste, la Chiesa li invita a riconoscere che Cristo ha unito personalmente ognuno di noi a sé e che la meta e lo scopo di tutta la sua missione è di riunire tutta l’umanità in Dio.

Le immagini evangeliche di queste domeniche non fanno altro che insistere su questo leit motiv, che cioè noi siamo uniti a Cristo, egli ha fatto di noi la sua dimora, noi siamo per lui un altro cielo, lui ci ha divinizzati.

Con tali richiami non solo la Chiesa non ci rinfaccia la nostra pusillanimità, i nostri rinnegamenti, i nostri egoismi (che pur conosce); al contrario ci spiega come e quanto siamo importanti per Gesù, ci coinvolge in un rapporto d’intensa intimità con lui e quindi tra noi, ci rassicura sul fatto che Egli ci guida premurosamente, che ci pone al sicuro in un recinto quando scende la sera. E soprattutto che Lui non fuggirà mai davanti al lupo: non ci abbandonerà cioè mai né al male né alla morte, ma starà sempre accanto e davanti a tutti e ciascuno. Lui infatti ha dato la vita una volta, ce la dà ogni istante e ce la ridarà dopo la nostra morte.

E quel mondo che è ancora fuori dal recinto? Gesù rivolge il suo sguardo anche a loro, poiché dice: “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”.

Le sue parole sono una profezia tuttora in atto, dalla quale anche noi riceviamo speranza e incoraggiamento per la nostra testimonianza di fede.

 

 

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