Quarta Domenica di Quaresima – anno B

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Narra la bibbia nel libro dei Numeri che, nel corso della traversata del deserto, il popolo si lamentò perché era stufo di mangiare la manna; Dio mandò allora serpenti velenosi a morderli e perciò molti morirono, ma successivamente, grazie all’intercessione di Mosè, Dio diede l’incarico a quest’ultimo di fabbricare un serpente di bronzo e di innalzarlo su un’asta, con la garanzia che chiunque lo avesse guardato dopo essere stato morso, sarebbe rimasto in vita.

A questo racconto fa esplicito riferimento Gesù durante il colloquio con Nicodemo (fariseo e capo dei giudei), il quale va a trovare il maestro di notte (con ogni probabilità per timore di essere visto da altri, data la sua posizione sociale e l’avversione del suo ambiente per Cristo).

Gesù parla dunque della necessità di andare a morire in croce per salvare il popolo dai suoi peccati; di esservi innalzato affinché chi lo guarderà sia sottratto dalle tenebre e illuminato dallo splendore dell’amore di Dio, che apparirà in tutta la sua infinita maestà e potenza nel momento della cattiveria umana, nell’ora del male, in quello che Gesù definisce altrove “l’impero delle tenebre”.

Dio non avrebbe potuto togliere i serpenti velenosi dall’accampamento, senza dover ricorrere a un serpente di bronzo da innalzarsi in mezzo al popolo? Sicuramente; ma come avrebbe condotto a termine il compito più difficile nei riguardi del popolo? Tale compito, che Egli si era prefisso, non era soltanto di condurlo nella terra promessa, ma soprattutto di portarlo a conversione, di donare a esso un cuore nuovo, perché la terra in cui abitare riconciliati con sé, con il mondo e con Dio è anzitutto il cuore, e solo dopo un luogo geografico. Accorgersi di essere stati morsi; capire che la causa del proprio male è la propria ingiusta mormorazione verso Dio, cioè il proprio peccato; convertirsi alzando lo sguardo verso il serpente e con ciò guarire: tutto questo è  per l’uomo molto di più che non essere semplicemente libero di tornare a peccare grazie al fatto che l’accampamento è stato miracolosamente liberato dai serpenti per l’intervento magico di qualcuno, senza peraltro avere capito nulla della propria condizione di peccatori.

Mentre l’evangelista Giovanni predilige le immagini, Paolo esplicita e sintetizza mirabilmente con un concetto assai ardito tutto questo discorso; dice infatti che “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2 Cor 5,21). E perché? Perché, prosegue “noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio”.

Gesù non è salito sulla croce affinché noi ci comportassimo da bravi bambini, ma affinché ci decidessimo per lui. Ognuno di noi che, vedendolo umiliato e trafitto, provi rimorso e pentimento per il male compiuto; ognuno il quale riconosca che tale condanna si è abbattuta su Cristo  a causa della malvagità di cui ciascuno è a suo modo partecipe e si senta conseguentemente trafiggere il cuore; chiunque sappia e voglia credere che tutto ciò il Salvatore l’abbia voluto patire per amore suo e da questo amore si lasci toccare l’intimo del cuore affinché la dolce e amara medicina del medico celeste lo risani dai morsi velenosi del peccato; chiunque nella difficile traversata dell’esistenza compia questo percorso interiore, ebbene questi ha già raggiunto la terra promessa, pur non essendovi ancora fisicamente giunto. “E’ giustificato” direbbe San Paolo ; “ha la vita eterna”, “viene verso la luce”, dice San Giovanni. Questo è credere: non soltanto conoscere e saper snocciolare dei contenuti, come Nicodemo il fariseo esperto della legge, ma alzare lo sguardo nel peccato e dal peccato verso Cristo Salvatore e credere al suo amore. Mettere al centro dell’universo intero non già il mio peccato, ma il suo amore infinito.

Questo è il percorso che devono necessariamente compiere i figli di Adamo e di Eva, così come quella è la via che Cristo Signore ha dovuto e voluto necessariamente percorrere per ridonarci la vita: la sua via crucis è la condizione per la nostra via lucis.

Invito chi ha avuto si qui la bontà di leggermi o di ascoltarmi a meditare anche le parole della seconda lettura in cui San Paolo innalza un canto melodioso alla misericordia di Dio, ricordando agli efesini quanto immensa sia la grazia elargita da Dio in Cristo a quelli che credono, i quali in forza della fede divengono “opera di Dio”. Non badiamo alle nostre buone opere, o meglio rendiamoci conto che il fatto di poterle praticare è grazia divina, la quale ha fatto di noi un’opera, cioè un capolavoro in virtù della fede.

Prima di concludere, non possiamo tralasciare il riferimento che Giovanni riporta a proposito del giudizio e della condanna di chi non crede. Come è possibile? Dio condanna? Abbiamo appena sentito che Egli ha tanto amato il mondo da dare il Figlio: come può condannarlo? L’evangelista però scrive che chi non crede si auto giudica e si auto condanna e, se ci riflettiamo, non è difficile comprenderne il motivo. Cristo, offerto sulla croce per amore è il tutto di Dio, qualcosa oltre il quale non è possibile andare neppure a Lui e insieme un dono senza il quale è impossibile salvarsi. Cristo è l’unica via per l’uomo. Se però quest’ultimo, dopo averlo conosciuto, nonostante tutto decide di non alzare lo sguardo verso di Lui, non si affida a Lui, allora tale uomo rimane nella tenebra, anzi vi si rinchiude come in una prigione da cui non sarà mai in grado di uscire. Cristo è il faro posto sulla costa per indicare la rotta alle navi disperse nel mare, è il farmaco per salvare dal male, ma è anche lo sparti acque della storia umana, storia sia mondiale che personale. Dio non ha altro da aggiungere, sebbene a noi non sia dato di conoscere per chi e in che modo  tale “impotenza” divina sarà un giorno occasione di condanna eterna o di salvezza eterna. Accontentiamoci di osservare l’umanità contemporanea: davvero è più felice, ora che ha abbandonato le vie di Dio? Ora che vive dimentica dell’amore immenso riversato sulla croce da Dio per noi? O forse piuttosto essa non ha condannato se stessa a non più comprendere il significato dell’esistenza, a non saper più dare un senso ad alcunché? Non è maggiormente simile a un accampamento gettato nella confusione dalla continua presenza di serpenti velenosi che essa stessa produce nel vano tentativo di decidere da sola ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Infine, vivere non è forse oggi come camminare in un deserto avendo smarrito la meta e anzi, non credendo più che una meta vi sia ancora da qualche parte?

Giovanni non sbagliava quando, ricordando le parole di Gesù a Nicodemo, diceva chiaramente che non vi è alternativa: o luce, o tenebra; o amore, o odio; o vita o morte. Perché, in fondo, anche quella sterminata zona grigia a cui tanta umanità appartiene (simboleggiata dal buon Nicodemo, il quale dovrà un venire alla luce, decidersi per Cristo alla luce del giorno) non è nient’altro se non un lento scivolare verso l’oscurità. Vorrà essa alzare lo sguardo verso Colui che ha trafitto? Non lo sappiamo. Ma intanto compiamolo noi, questo dolce e salutare cammino dell’anima, dalle tenebre alla luce.

 

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