Quinta domenica di Pasqua – anno B – Commento Podcast

 

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Ad ascoltare certi brani del vangelo di Giovanni può sembrare che l’evangelista contrapponga una fede privata a una fede pubblica, quasi che, per esempio, mentre San Giovanni insiste nel raccomandare l’intimità con Cristo, San Paolo nelle sue lettere sottolinei la necessità di essere cristiani in modo concreto e visibile al mondo. Dobbiamo stare attenti a non effettuare delle pericolose semplificazioni quando meditiamo le Scritture, perché non solo non rendiamo giustizia alle intenzioni dei loro autori umani, ma soprattutto ne impoveriamo terribilmente il contenuto.

In realtà Giovanni sa che si va a Cristo non solo come a un maestro che ci dice cosa fare; non solo come a un medico che cura le nostre ferite; addirittura, non solo come all’uomo più forte di tutti e di tutto, il quale ci libera dalla morte. Per lui si va a Cristo come alla sorgente, come all’unica sorgente capace di dare significato, peso e ricchezza alla nostra vita. E se Cristo per Giovanni è la sorgente, noi siamo come gli alberi che crescono accanto ad essa i quali, quanto più affondano le radici nel terreno costantemente irrorato dall’acqua fresca, tanto più estendono i loro rami verso il cielo e rinverdiscono le loro chiome. Ovviamente, in proposito, nessuna immagine è capace di superare in carica simbolica quella della vite e dei tralci, grazie alla quale entrano in gioco tanti fattori e tanti protagonisti, anzitutto il Padre, quale celeste vignaiolo.

L’immagine della vigna è impiegata nell’antico testamento per esprimere come Dio vede e considera il suo popolo. Ebbene, Israele è la vigna del Signore, della quale egli si prende cura con scrupolo e amore costante, per la quale egli è disposto a fare tutto, affinché essa sia bella, feconda e felice.

Ecco, oggi Giovanni ci parla di intimità con Gesù Cristo e ci ricorda che se la fede non parte da qui e qui non ritorna, allora non è nulla; l’uomo rimane condizionato dal proprio io (come sempre) e nessuna opera esteriore può reggersi in piedi.

Non possiamo intendere il matrimonio solo come un contratto per raggiungere degli obiettivi esteriori, ma dobbiamo considerarlo come una realtà in grado di dare nuova e perenne sostanza alla vita dei coniugi, grazie al fatto che essi si amano e, amandosi, rimangono l’uno nell’altro.

Il mistero in grado di dare significato e forza alla nostra vita è l’amore, grazie al quale qualcosa di me vive nell’altro e qualcosa dell’altro vive in me.

Analogamente dobbiamo comprendere e vivere il cristianesimo. Anzi, l’amore di Cristo è l’àncora e la sorgente della nostra vita in misura assai superiore a qualsiasi umano matrimonio: il Signore e il suo discepolo vivranno per sempre l’uno nell’altro, giacché Gesù ha vinto la morte e dunque tale amore non ha più fine. Siccome poi Cristo vive ormai nei cuori dei credenti e vi abita grazie allo Spirito Santo, tale e tanta intimità non è solamente un pio desiderio, ma una realtà presente e operante in ciascuno di noi, vera e propria linfa che scorre in modo permanente dalla vite ai tralci.

 

 

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