SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – ANNO B – 2021

Ecco il link alle letture e ai testi liturgici del giorno

 

 

Fu un sacrificio cruento e terribile quello di Cristo sulla croce, egli fu veramente massacrato e il suo sangue sgorgò a fiotti dalle sue innumerevoli ferite ed escoriazioni. Il telo della Sindone contiene talmente tante analogie con il racconto dei vangeli da farci rabbrividire nel constatare i dolori di quel condannato, il quale fu annientato nel modo più totale. I vangeli, però, ci insegnano che quel sacrificio fu estremo, definitivo, pieno, non solo per la quantità di dolore sopportato e non solo per l’efferatezza della cattiveria umana. Quel sacrificio fu vissuto e offerto da Cristo con amore perfetto, in totale obbedienza al Padre e totale dedizione agli uomini. Con la morte di Gesù il suo sacrificio è finito, ma non è finito il suo amore. Anzi, da quell’istante in poi l’amore infinito di Dio è diventato la certezza su cui i cristiani costruiscono la loro esistenza.

L’Eucarestia è la via principe grazie alla quale la Chiesa attinge all’amore di Cristo crocifisso e lo distribuisce a tutti i suoi figli, per nutrire le loro anime della grazia divina.

Ovviamente la Chiesa può farlo perché il Crocifisso è Risorto, e abita in lei, e ha ormai superato i confini dello spazio e del tempo nel momento in cui suo Padre lo ha risollevato dalla morte e gli ha dato ogni potere, in cielo e in terra, come afferma il nuovo testamento.

In effetti, in linea di principio, cosa può impedire ad una realtà soprannaturale (e Dio è soprannaturale) di servirsi di una realtà naturale per comunicare se stesso? Perché Dio non dovrebbe servirsi di realtà naturali, quali sono il pane e il vino, per nutrire l’uomo con il suo Spirito d’Amore? Mentre questi doni saziano il corpo, è saziata l’anima.

Non c’è bisogno di scomodare la magia per spiegarlo: basta Cristo. Dio Padre ci dona il suo amore e la sua vita mediante Cristo, sempre e solo in Lui e con Lui e, nel massimo dei modi possibili, lo fa proprio nel sacramento dell’Eucaristia. Così facendo, per così dire Dio Padre ci “stritola d’amore”, ma non ci schiaccia con la sua potenza. Infatti, la via attraverso cui ci raggiunge, è sempre l’umanità di Cristo, il quale è nostro fratello, cioè uno di noi; la parte migliore di noi. Senza contare che, nel cibo eucaristico, tutto di noi è coinvolto: è coinvolto il creato (cioè il grano e l’uva) è coinvolto l’uomo (giacché il pane e il vino sono frutto del suo lavoro), è riassunta e compiuta la storia d’Israele (che a Pasqua mangiava pane azzimo per festeggiare l’uscita dall’Egitto).

Il fatto poi che per poter godere di questo mirabile sacramento ci voglia un sacerdote, ci mette al riparo dalla tentazione di sostituirci a Cristo Gesù, quasi che noi potessimo mettere le mani sul suo unico e universale sacrificio (offerto da Lui per tutti) e fingere che sia merito nostro. No, non abbiamo alcun merito da vantare se non Cristo, dal quale riceviamo tutto ciò che ci occorre per vivere.

Se però, giustamente, desideriamo dedicare un po’ di attenzione e di riflessione a noi stessi in questa solennità del Corpus Domini, allora consideriamo il fatto che sta a noi decidere se, come e quanto rispondere a questo immenso dono.

Infatti, siccome Dio ha sacrificato suo figlio per noi e successivamente lo ha donato a ciascuno personalmente nell’Eucarestia, allora Egli ha diritto a una risposta seria da parte nostra. Se lui si è coinvolto interamente, anche noi dobbiamo provare a farlo. Non possiamo tenere i piedi in due scarpe: nutrirci di lui e poi giacere mollemente in abitudini che a lui dispiacciono. San Paolo, in una sua lettera, ammonisce a non accostarsi in maniera superficiale e ambigua all’Eucarestia, “per non mangiare e bere la propria condanna”: spesso oggi dimentichiamo queste parole.

Resta inteso che nessuno di noi è all’altezza di ciò che va a ricevere all’altare, si badi bene. Ma, proprio per questo dobbiamo riceverlo, perché siamo deboli, malati, fragili e tuttavia desidereremmo essere migliori, sperando contro ogni speranza, anche e soprattutto quando constatiamo quotidianamente la nostra indegnità. La liturgia ce lo fa ripetere sempre, prima di fare la comunione: “Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola e io sarò salvato”.

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