Seconda Domenica di Quaresima – anno B

Ecco il link alla liturgia di questa domenica

Per Pietro, Giacomo e Giovanni, salire sul Tabor ha significato la possibilità di partecipare a un evento di straordinaria grandezza, quale fu la trasfigurazione di Gesù. Essi, dunque, sono stati destinatari di una rivelazione divina: permettendo loro di vedere le vesti bianchissime e splendenti di Gesù e di udire la voce dalla nube, Dio si è davvero manifestato a loro in maniera del tutto unica. Premuti dall’entusiasmo, quanta fatica avranno fatto ad ubbidire al comando del maestro di non dire a nessuno ciò che avevano veduto, sino a che egli sarebbe risorto dai morti. Quanta carica e quanta spinta avranno sentito in quell’istante e quante volte in futuro avranno attinto a tale esperienza per incoraggiare sé stessi e gli altri a seguire il Signore e annunciarne il vangelo.

L’episodio della trasfigurazione ci ricorda che la fede non nasce da noi, ma da Dio che ci ha scelti e ci ha chiamati per farsi conoscere da noi, al fine di renderci partecipi niente meno che di sé stesso. Ora, nel momento in cui ciò avviene, quello in cui cioè ci è dato di conoscere in modo personale qualcosa di Lui, noi siamo coinvolti in un’esperienza di fascino, di bellezza, che non ci lascia più come prima e che ci segna per sempre.

Accade poi che, mentre scendendo dal monte si vorrebbe urlare a tutti la propria gioia, si deve fare i conti con il fatto che gli altri non hanno partecipato alla medesima esperienza, e dunque non sono in grado di capirla. Essere stati scelti da Dio e coinvolti in una rivelazione da parte sua, comporta perciò inevitabilmente anche una certa solitudine, talvolta difficile da sostenere.

Adesso però proviamo un istante a guardare con l’immaginazione i tre discepoli mentre salgono sul monte Tabor, quando ancora non sanno che cosa li attende: essi hanno deciso di seguire Cristo e quindi di affrontare la fatica della salita per accompagnarlo, stare con lui, da lui scoprire cose nuove. Sant’Ambrogio in un suo commento alla trasfigurazione dice in proposito: “Se non salirai sulla cima di una scienza più elevata, La Sapienza non ti apparirà, la conoscenza dei misteri non ti apparirà, non ti apparirà quello splendore, quella bellezza che risiede nel Verbo di Dio”. Anche la trasfigurazione, come tanti altri eventi principali della Bibbia, avviene su un monte, a dire che essa non può essere vista se non da coloro che si decidono in qualche modo per Dio, che lo vogliono vedere, lo vogliono incontrare, che sono assetati della sua parola e pertanto sono disposti a compiere dei sacrifici per comprenderla.

Guardandoci intorno, potremmo chiederci perché gli uomini sono così disposti e pronti a fare piccoli o grandi sacrifici per molte cose che danno una soddisfazione effimera, per fare esperienze di varie forme di bellezza, che sì entusiasmano sul momento, ma poi una volta passate lasciano il cuore dell’uomo come lo hanno trovato. Ognuno di noi ha certamente dato la sua risposta: qui io ne accenno un paio. Sono infatti convinto che una delle conseguenze del peccato è la superficialità spirituale, l’appiattimento della mente (l’indurimento del cuore se preferiamo), spesso aggravata da una vita quotidiana che non concede il tempo di meditare, vuoi perché è piena d’impegni, vuoi perché ci fa comodo così. Ovviamente, mai questa umanità appiattita su sé stessa potrà fare esperienza del Tabor, di una conoscenza cioè più alta dei misteri di Dio.

Ma, forse, vi è un’altra spiegazione più spirituale, che traggo dalla prima lettura. In essa abbiamo ascoltato il racconto della chiamata rivolta da Dio ad Abramo di salire sul monte per sacrificarvi il figlio Isacco. Improvvisamente per Abramo la sua relazione privilegiata con Dio si ribalta da luce a tenebra, da via diritta e in discesa a via tortuosa, in salita e persino contraddittoria, perché Dio chiede ad Abramo di sacrificargli quel figlio che egli aveva ricevuto in dono come prova e inizio della promessa di una discendenza numerosa. Abramo crede, Abramo obbedisce, convinto che Dio provvederà. Salire sul monte dunque significa staccarsi dalle sicurezze del quotidiano e accettare di perdere il controllo della propria esistenza, per affidarsi unicamente a Dio; e questo, diciamocelo francamente, ci spaventa. Se il Tabor ci racconta che la fede è luce per il credente, qualcosa cioè che lo affascina, lo rinnova e lo guida nel quotidiano, il monte Moria (il monte cioè del sacrificio d’Isacco), ci dice che la fede è anche obbedienza talvolta dolorosa e crocifiggente, che per condurti a traguardi umanamente impensabili ti guiderà per sentieri aspri e sconosciuti ai più. E’ ovvio allora che l’uomo preferisca altre bellezze e si affidi ad altre esperienze, perché queste non lo mettono in discussione e soprattutto non lo toccano nell’orgoglio, dal quale invece la fede lo libera attraverso un processo lungo e faticoso, alla fine del quale non vi è altro che la luce divina.

 

 

 

 

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