Sesta domenica di Pasqua – anno B – Commento Podcast

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CONFESSIONE

Questa volta ho scelto un titolo per la mia breve meditazione: l’ho nominata “confessione”, non per fare il verso all’insuperabile libro delle “Confessioni” del grande Sant’Agostino, ma per avvisare chi mi ascolta che sarò molto confidenziale, spero non per vanagloria, ma con il desiderio di narrare ciò che ha fatto per me il Signore.

Leggere nel vangelo che Gesù mi chiama amico, quando ero giovane destava in me grande stupore e una sorta di imbarazzo, perché, mi dicevo, “chi sono io per ricevere tanta considerazione”? La certezza del dono di questa amicizia, alimentata da Dio in me in tanti modi, mi ha sempre sorretto nel corso della vita e inoltre ha sempre alimentato in me una gioia sottile e tenace, che ho sempre tentato di condividere agli altri, vuoi con le parole, vuoi con i gesti. La consapevolezza di non essere in grado di corrispondere pienamente a tale amicizia di Cristo è sempre stata presente, un po’ come una sorta di sfondo permanente, che ha garantito l’autenticità del rapporto tra me e lui.

Ora, che sono passati gli anni; ora che ho avuto tempo e occasioni per cadere e per rialzarmi, per costatare vuoi la mia fedeltà, vuoi la mia infedeltà, le parole pronunciate da Gesù durante l’ultima cena la sera prima di morire, mi colmano di tenerezza. Si badi bene, però, non verso di me, ma verso di lui; e mi riempiono di una ben più consapevole e commossa gratitudine. Egli chiama “amici” i suoi discepoli, quando sa benissimo che essi non sono (ancora) suoi veri amici. Forse lo è Giovanni, il quale gli sarà fedelmente accanto sino all’ultimo respiro, ma gli altri sono ben lontani dal capire e dal corrispondere.

Povero Gesù: li nutre con l’Eucarestia, lava loro i piedi, consegna loro le sue ultime volontà, si preoccupa di loro in tutto e per tutto e in aggiunta offre loro la sua amicizia, senza esitazioni, nonostante tutto ciò che deve accadere.

Ecco, oggi mi sento nella condizione dei discepoli di quella sera: uno a cui è offerta un’amicizia alla quale non è in grado di corrispondere, come la vita ha dimostrato e dimostra. E tuttavia questa consapevolezza non solo non mi deprime, ma al contrario infonde in me maggiore amore, maggiore tenerezza, maggiore slancio, perché la mia debolezza è il luogo nel quale si manifesta con tutta la sua forza l’amore di Cristo per me; e non solo per me, ma anche per quanti egli considera amici, oltre che fratelli.

Ora, proprio il fatto che egli mi consideri amico, crea in me le condizioni affinché io lo possa divenire davvero, accettandolo come dono, di modo che tutti i giorni e ogni giorno daccapo io possa ripartire e costruire le mie scelte su questa granitica certezza.

Oggi comprendo che in questa vita non potrò mai sapere sino in fondo se sto finalmente corrispondendo all’amicizia di Cristo, ma non me ne rattristo affatto; anzi, insisto nel dire che me ne rallegro. Ora non presumo più di me, ma rispondo al Signore con le parole di Sant’Agostino: “Tu chiamami pure amico, io mi dico servo”.

 

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Una risposta a “Sesta domenica di Pasqua – anno B – Commento Podcast”

  1. Rosella gianotti dice: Rispondi

    Grazie Emilio sempre x le Tur parole che mi aiutano e sorreggono x superare momento non facili di rapporti interpersonali.
    Sapere che CRISTO è mio Amico SEMPRE mi aiuta e conforta pur sapendo ricambiare ben poco la Sua amicizia presi come siamo dal Turbine della vita terrena…….

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