Terza Domenica di Quaresima – anno B

 

Ecco il link alle letture di questa domenica

Il primo tempio di Gerusalemme, costruito sotto il regno di Salomone, fu distrutto nel sesto secolo avanti Cristo dai babilonesi, i quali deportarono nelle loro terre la maggioranza degli ebrei. Tornati dall’esilio, questi edificarono un secondo tempio del quale, poco prima della nascita di Gesù, il re Erode inaugurò una serie di ampliamenti ancora in corso nel momento in cui avviene l’attuale episodio della cacciata dei mercanti. Il secondo tempio fu distrutto pochi decenni dopo, nel 70 dopo Cristo, ad opera delle armate di Tito, durante la prima guerra giudaica. In tal modo, le parole di Gesù suonano profetiche non solo a riguardo del suo corpo, ma anche del grande tempio di Gerusalemme. Da allora, gli ebrei attendono il giorno in cui potranno riedificare il terzo tempio, quale momento nel quale sarà finalmente e definitivamente inaugurata l’era del messia. E così oggi il muro del pianto (che faceva parte del secondo tempio) è per loro luogo di nostalgia e di grande speranza insieme.

Probabilmente noi non riusciamo a renderci conto di cosa significasse per gli ebrei il tempio: esso era il cuore pulsante della loro religiosità, la quale si differenziava da quelle di tutti gli altri popoli perché era rivolta non già a molti e svariati dèi, ma al Dio unico, Signore del cielo e della terra. Era per loro dunque il luogo del culto vero, ben diverso e infinitamente superiore rispetto alle credenze immaginifiche e idolatriche di tutti gli altri popoli. Le tavole dell’alleanza da esso custodite poi, erano il dono fatto a Israele da parte dell’unico Dio: all’epoca nessun altro popolo aveva potuto concepire una fede monoteistica quale era la fede ebraica, fede che avrebbe un giorno rivoluzionato la storia.

Se consideriamo tutte queste cose, possiamo meglio comprendere quanto coraggio Gesù abbia avuto nel compiere il gesto narrato da Giovanni e che impatto esso abbia avuto sui presenti. Certo, Gesù così facendo stava difendendo a spada tratta proprio il monoteismo e il tempio, ma era facile per i suoi oppositori usare le sue parole e i suoi gesti per condannarlo. E infatti gli evangelisti ci narrano che, nel corso del processo farsa in cui fu pronunciata su di lui la sentenza di morte, così accadde.

Non per nulla Gesù, avendolo compreso con anticipo, allude in questo contesto a un nuovo tempio, non più fatto di pietre, ma realizzato da lui stesso e composto insieme a lui da quanti avrebbero ricevuto il dono dello Spirito Santo. Per i cristiani, in effetti, il terzo tempio esiste già; non è San Pietro in Vaticano, non è Santiago de Compostela, non è la Lavra di San Sergio: è la Chiesa di Cristo, della quale i fedeli sono membra vive in virtù del battesimo e nella quale offrono l’unico sacrificio santo, puro e gradito al Padre e cioè Cristo nell’Eucarestia, dopo aver consumato la quale offrono i loro corpi, unitamente a Cristo, quali templi dello Spirito Santo.

Il culto reso a Gerusalemme (pur già superiore a tutti gli altri culti) non poteva soddisfare Dio: in che modo, infatti, il sangue di pecore o altri animali era in grado di corrispondere al dono dell’alleanza stipulata sul Sinai con Mosè? Come poteva poi ottenere il perdono dei numerosi e incessanti peccati? Inoltre, come poteva tutto questo movimento di animali non incidere sul culto, trasformandolo in un mercato? E come poteva un culto inquinato dal denaro essere giusto?

L’evangelista ci dice pure che sebbene molti credessero in Gesù (a causa dei molti miracoli che compiva), egli non si fidava di nessun di loro, perché conosceva ciò che c’è nel cuore di ognuno. E come dargli torto? Ma allora, come può l’uomo peccatore (da cui Cristo stesso si guarda) rendere un culto gradito a Dio, che ciò avvenga a Gerusalemme o che sia altrove? In realtà non lo può. A meno che Dio si faccia uomo e venga a pregare con lui e in lui. Ora, Cristo ci ha fatto proprio questo dono, servendosi non delle nostre abilità o dei nostri meriti, ma dei nostri peccati: perdonandoci, ha trasformando la croce da atto di accusa verso di noi in strumento di salvezza e, una volta risorto, ci ha coinvolti tutti nell’unico culto veramente gradito al Padre celeste, cioè il suo. In tal modo, come sintetizza da par suo Sant’Agostino, Lui è pregato da noi, Lui prega in noi, Lui prega con noi. Questo nuovo culto coinvolge tutta la nostra umanità, la valorizza e la salva, purché noi siamo pronti e disposti a innalzarlo nella verità: pensiamo per esempio al sacramento della confessione, nel quale Gesù assume su di sé il nostro peccato, ci dona la sua grazia e si impegna a trasformare il nostro male in bene, allo stesso modo con cui trasformò la sua morte in vita per noi. Così accade ogni volta in cui, (nel segreto della nostra camera o nelle celebrazioni ecclesiali) riconoscendo la nostra debolezza, rinunciamo a mercanteggiare con Dio, rinunciamo a vantare chi sa quali sacrifici e innalziamo a Dio il nostro ringraziamento con Cristo, per Cristo e in Cristo. Un antico inno cristiano recita a proposito della centralità di Cristo nel culto e nella vita della Chiesa: “È Cristo il maestro e l’artigiano: egli intaglia e leviga. Aggiusta ogni pietra, scelta per il proprio posto, da lui sistemata per edificare quel Tempio santo dove egli dimora”*.

Sono parole consolanti, sgorgate dalla tradizione cristiana, che ci ricordano oltre al resto con quanta cura siamo accuditi dal Signore e quale preziosità rivesta la nostra personale esistenza in seno al nuovo tempio.

Riteniamo perciò cosa degna della grandezza di Dio offrirgli un culto ben celebrato, in un luogo solenne, ognuno vestito con abito appropriato. Se però mettiamo tutta la nostra cura per pregare bene lo facciamo come forma di riconoscimento nei confronti della bontà e della bellezza divine e non già per meritarci alcunché, dal momento che ci ha già pensato Cristo al posto nostro. Se di meriti vogliamo rivestirci, abbiamo i suoi, i quali sono più che sufficienti per sollevare noi e il mondo intero all’adorazione del Dio vivo e vero.

 

  • Inno: Urbs Jerusalem Beata – Liturgia Latina (IX secolo)

 

 

 

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