Ventiseiseima Domenica del Tempo Ordinario – anno B

Ecco il link alle letture e ai testi liturgici del giorno

Per cogliere in sintesi la logica delle parole evangeliche di questa domenica, propongo di porci una sola domanda, e cioè: Cristo è il tesoro della mia vita? Dalla risposta che daremo conseguirà il resto.

Se, infatti, Egli è il mio, il nostro tesoro, allora saremo felici del fatto che altri lo apprezzino e che si riferiscano a lui esplicitamente per fare il bene, pur non facendo parte della Chiesa cattolica; non ci scandalizzerà se saranno addirittura capaci di fare meglio di noi e non ci arrabbieremo con Gesù perché Dio ha concesso loro maggiori prerogative rispetto a noi, suoi discepoli. Non potremo che rallegrarci del fatto che infine il suo nome sia amato anche al di fuori della nostra cerchia ufficiale. Se in ambiti di impegno sociale o simili, qualcuno si ispira a Gesù nel soccorrere il prossimo e lo dice esplicitamente, pur non considerandosi ufficialmente dei nostri, non dobbiamo ingelosircene o preoccuparcene, perché se è con Gesù Cristo, allora è con noi.

Notiamolo bene, però: Gesù nel vangelo non ci autorizza ad abbandonare il “noi” della Chiesa, a uscire da quest’ultima perché tanto l’importante è fare il bene. La Chiesa ha infatti la sua missione da compiere e non può sottrarsene e, se siamo stati chiamati a farne parte, dobbiamo solamente esserne riconoscenti. Ciò però non toglie che la grazia di Dio possa agire nel cuore di tanti e possa accendere in loro ammirazione e stima per la figura di Cristo. Senza contare tra l’altro che, prima o poi, i discepoli ne gioveranno, perché tali persone potranno aiutarli in azioni grandi o piccole, come per esempio il dare loro un semplice bicchiere d’acqua.

Se poi Cristo è il mio, il nostro tesoro, allora prenderemo drasticamente le distanze da tutto ciò che rischia di separarci da lui, che si tratti di persone esterne, o di abitudini sbagliate insite in noi o di errori passati che non abbiamo mai voluto riconoscere apertamente e schiettamente davanti a Dio, a noi stessi e alla Chiesa.

Lasciare che qualcosa ci separi da lui, infatti, denuncia che Cristo non è il nostro tesoro e in più pregiudica in maniera irreparabile il compimento del nostro destino. Se nessuna cosa e nessuna persona è, su questa terra, il compimento di noi stessi, tanto meno lo sono le nostre scelte orgogliose e sbagliate, perseverando nelle quali perderemo l’amore di Cristo e, con esso, l’unica realtà capace di dare sostanza e fondamento alla nostra vita.

Senza contare che, perseverando nell’errore, rischiamo di trascinare anche altri, i quali sono vulnerabili perché fragili nella fede, con il risultato che anch’essi si separeranno da Cristo.

 

 

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